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Giorgio Gori, l'incontro con Elly Schlein: caduta massi nel Pd
Oggi 27-06-26, 01:11
C’è un malessere, nel Pd, che attraversa il mondo delle donne. Tre hanno lasciato il partito (l’eurodeputata Elisabetta Gualmini, la deputata ed ex ministro Marianna Madia, la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno), una (Paola De Micheli) secondo Il Foglio sta pensando di lasciarlo (anche se lei, contattata da Libero, smentisce). Altre (la senatrice Simona Malpezzi, la deputata Lia Quartapelle) restano nel Pd, ma facendo sentire un’altra voce rispetto a quella che guida il Pd. Donne che non hanno paura di votare in dissenso dal Pd, se occorre. Proprio ieri questo microcosmo formato da donne che se ne sono andate e altre che, combattendo, sono rimaste, si sono confrontate a Milano. L’incontro si è svolto al Teatro Parenti, organizzato da Linkiesta (a intervistarle, infatti, è stato il direttore Christian Rocca) e dai Circoli Matteotti, luoghi trasversali al mondo del centrosinistra, del riformismo in generale, che puntano a far incontrare chi milita in partiti diversi. Le tre donne ex Pd sono Elisabetta Gualmini (eurodeputata del Pd andata in Azione), Marianna Madia (deputata che ha lasciato il Pd per andare da indipendente nel gruppo di Italia Viva) e, ultima in ordine di tempo negli addii, Pina Picierno (vicepresidente del Parlamento europeo che ha lasciato il Pd, di cui è stata una delle fondatrici, per creare un’associazione nuova, Spazio Pubblico, che si colloca al centro dei due schieramenti). E alle tre si aggiunge un’altra donna, De Micheli, che Il Foglio dà in uscita. Le due donne che restano nel Pd sono, invece, la senatrice Simona Malpezzi e la deputata Lia Quartapelle, entrambe determinate nel rivendicare un Pd “plurale”, in cui hanno cittadinanza anche posizioni diverse da quelle che guidano attualmente il partito, posizioni riformiste, europeiste, decisamente schierate con Kiev e contro Mosca. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47963651]] PARADOSSO È il paradosso che attraversa una stagione, per il Pd, senz’altro nuova, segnata da una leadership per la prima volta femminile, femminista e per molti versi costruttiva. Con Schlein il Pd è risalito, rispetto alle percentuali a cui era inchiodato quando lo ha preso in mano. E, con la sua inaspettata vittoria alle primarie, il Pd ha avuto la prima segretaria donna nella sua storia. Altro record. Eppure le prime a contestarla, fino a lasciare il partito, sono proprio delle donne. Forse perché il coraggio è donna? Fatto sta che l’incontro di ieri al Teatro Parenti è stato particolarmente interessante, mettendo a confronto donne e donne. Del resto non sono solo le donne a essere in sofferenza. Lunedì Schlein ha parlato a lungo a Roma con Giorgio Gori, esponente riformista, che in molti danno in uscita dal Pd. Renzi lo vorrebbe come candidato premier di Casa Riformista in caso di primarie di coalizione. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48073110]] Altri pensano a lui come un possibile candidato riformista alle primarie, pur rimanendo nel Pd. Come fece Renzi nel 2012, sfidando Bersani. E proprio in quell’occasione si modificò lo statuto per prevedere la possibilità di due candidati del Pd alle primarie di coalizione. Ma è uno scenario che viene escluso dagli stessi riformisti dem: «Sarebbe un regalo a Conte. Che senso ha?». Se Gori corresse contro Schlein, infatti, contribuirebbe a drenare voti alla segretaria, a vantaggio del leader M5S. ESITO Un esito che i riformisti dem sono i primi a non volere. L’unica alternativa per candidarsi alle primarie, dunque, sarebbe uscire dal Pd. Cosa che Schlein non può permettersi. Per questo gli ha proposto un ruolo più attivo nella tolda di comando del Pd, magari occupandosi di sicurezza, tema sui cui da tempo Gori insiste. Ma per ora non se n’è fatto nulla. Del resto l’ala riformista non è l’unico nodo irrisolto per Schlein. Resta da decidere se fare le primarie o non farle per decidere il candidato premier. E dove definire il perimetro della coalizione. Ieri, in occasione della cerimonia che si è svolta alla Camera dei deputati per gli 80 anni dell’Assemblea costituente, ha parlato a lungo con Giuseppe Conte, prima che iniziasse la seduta, mettendosi a sedere nello stesso scranno. La segretaria del Pd è per aprire a tutti quelli che vogliono stare nel centrosinistra, senza porre veti. Nemmeno a Matteo Renzi. Più recalcitrante è Conte e non solo per una diffidenza personale (gliel’ha giurata da quando ha guidato l’operazione per far cadere il Conte 2 e portare a Palazzo Chigi Mario Draghi). Il timore del leader del M5S è che gli elettori del M5S non votino la coalizione, se c’è Renzi. Il leader di Italia Viva, però, è deciso a presentarsi alle elezioni politiche. Con o senza il via libera di Conte. «Se noi non facciamo errori tocca a noi», ha detto a Skytg24. «Noi ci siamo, se altri del centro vogliono fare una cosa diversa lo facciano. Chi rappresenta questo mondo lo decideranno gli elettori». Quanto alle primarie, «noi al primo turno uno lo mettiamo in campo, io sogno uno che ha fatto o sta facendo il sindaco». Gori? Gaetano Manfredi? O Silvia Salis, se cambia idea. Ma qualcuno ci sarà. Così come il simbolo di Casa Riformista sulla scheda.
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