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Cultura e Spettacolo
Il peccato di Eva: bruciare nel fuoco del Male
Oggi 24-01-26, 08:02
G ià l’autrice è una garanzia. Helga Schneider, tedesca naturalizzata italiana, scrive di cose che conosce di prima mano e si sente. Il padre era un soldato della Wermacht, ha combattuto nella seconda guerra mondiale. La madre, che è la chiave di volta della sua fortunata parabola di scrittrice, nel ’41 abbandonò lei e il fratello Peter ancora piccoli per arruolarsi come ausiliaria nelle SS. Diventerà una solerte guardiana del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, esperienza di cui non si è mai pentita: resterà nazista fino alla fine dei suoi giorni. Forse il libro che le ha dedicato – Lasciami andare, madre – pubblicato da Adelphi come molte altre sue opere, è il più sentito, ma invero tutti i suoi lavori sono validi e utilissimi, perché squarciano il velo di mistero che aleggia intorno al privato dei gerarchi, e soprattutto di Hitler. Il titolo del suo ultimo libro, Eva. Un divano per l’eternità (3), annuncia che la protagonista è Eva Braun, la compagna del Führer, che lo sposerà quando tutto sarà ormai compiuto, nel bunker di Berlino, in «oscure, drammatiche, inimmaginabili nozze», scrive Helga. Sappiamo come sono andate le cose: i due si suicidano poco dopo; Eva ingerisce cianuro, Adolf usa la pistola e i loro poveri resti sono dati alle fiamme. Ma della giovanissima, discreta, un po’ anonima signorina Braun, si sa poco. La sua breve vita si svolge interamente nell’ombra. In verità, la si è accusata di essere frivola: non si interessava granché di politica, faceva insomma una vita da ornamento, comprando in modo compulsivo abiti e gioielli lussuosi; ma viene da chiedersi chi non l’avrebbe fatto, al posto suo. In verità Eva era solo una donna innamorata, che come tale aveva delle paure, molti dubbi sui sentimenti del compagno e una tremenda paura di essere abbandonata. $ questa la Braun che ci presenta Schneider, con le conoscenze di prima mano di cui dicevamo e a cui non è estranea, per sottrazione, la madre. Dopo la fine del matrimonio il padre infatti si risposa con una ragazza di Berlino la cui sorella, Hilde, era stata segretaria del ministro della propaganda, Goebbels. Un intreccio di fatalità grazie a cui, nel dopoguerra, alla futura scrittrice capita di ascoltare racconti, magari sussurrati piano, tra donne, da cui Eva emergeva come una figura leggendaria, elegante, carismatica per l’ascendente che aveva sul suo uomo. Leggendo queste pagine che si bevono d’un fiato, si scende la china di una follia estremamente lucida, in cui Hitler si sente investito da una missione, al punto da non desiderare il matrimonio, come se fosse sposato all’idea che aveva della Germania; finché gli eventi non lo piegano ed egli invecchia di colpo. Molti i retroscena che coinvolgono personaggi passati alla storia. Ci sono la villa raffinata di Goring – oggi redivivo nel film Norimberga, nella magistrale interpretazione di Russell Crowe – la bella moglie e i bambini. E poi Goebbels e Magda a un passo dal divorzio, quando lui perde la testa per l’attrice ceca Lida Baarova, tuttavia viene riportato all’ovile da Hitler in persona. Ma la vera protagonista è la morte, che segue come un’ombra le donne di Hitler. Quella di sua nipote Geli, che vive nel suo sontuoso appartamento di Monaco, per uccidersi quando lo zio inizia la relazione con Eva, proprio sul divano – rosso – citato nel titolo, in clandestinità. La Braun a sua volta tenta il suicidio ogni volta che il Führer si allontana, di punto in bianco, senza una spiegazione. Secondo Schneider, è per scongiurare un altro scandalo che il dittatore torna da lei. Strano a dirsi, con tutte le illazioni che sono state fatte sulla sua sessualità, ma Hitler attirava le donne come la luce fa con le falene, riducendole in uno stato di totale soggezione. Solo la regista Leni Riefenstahl sapeva tenergli testa, ma di lei apprendiamo poco o nulla, perché la Braun non l’avrebbe mai conosciuta di persona. $ invece molto forte l’incontro con Unity Mitford, ricoverata in ospedale dopo un tentato suicidio che la lascia menomata per sempre: è uno dei passaggi del libro in cui si avverte più forte l’umanità della Braun, perché la compassione prende il posto dell’antica gelosia. Unity era infatti un’aristocratica inglese di rara bellezza con cui il Führer si faceva vedere in giro nelle occasioni ufficiali, relegando Eva nel retrobottega della vita. La nascondeva come se si vergognasse di lei, della sua umiltà di segretaria middle class, sebbene del più importante fotografo del Reich. Una condizione di clandestinità durata fino all’ultimo atto che procura cicatrici profonde nella sua psiche. Nell’assommarsi di profili tristemente passati alla storia e del lato privato di faccende internazionali, prende forma il ritratto di una donna semplice finita in un gioco tragicamente complesso. Sola, poco rispettata da un entourage moralista, spesso inconsapevole di quanto accadeva intorno a lei, Eva Braun è una vittima dell’amore e della storia. La più patinata ed elegante, ma pur sempre una vittima.
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