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Politica
Il subdolo linguaggio che la sinistra ha perfezionato per attaccare chi sta a destra
Oggi 25-04-26, 08:47
Ernesto Galli della Loggia proprio ieri richiamava in un editoriale la politica alla responsabilità di parole in grado di interessare e coinvolgere un elettorato ormai disilluso. Una prospettiva che diviene sempre più lontana stando agli studi sul linguaggio politico polarizzato. La sua funzione è escludere e non coinvolgere, delegittima e non anima un confronto. Lo spiega bene un libro appena uscito di Riccardo Piroddi (HarBif Editore) che analizza l’odio politico che proviene da sinistra con un titolo, Vi abbiamo già appeso per i piedi una volta, che proprio a un insulto verso l’avversario di destra si richiama (la prefazione è di Andrea De Priamo, la postfazione di Giuseppe Pezzotti). L’autore sottolinea che in questo contesto la «politica ha perso il suo carattere tecnico e negoziale, per assumere quello di un’arena simbolica, dove si gioca la legittimità morale dell’avversario». Anche chi vota a destra subisce una delegittimazione: «Gli elettori di destra vengono spesso dipinti come l’incarnazione di un’Italia retrograda, reazionaria, grezza, ignorante, sessista, razzista, omofoba o, addirittura, incline alla violenza e alla deriva autoritaria». Anche da destra arrivano spesso toni irrisori e poco rispettosi ma ciò che rende particolarmente insidiosa la retorica dell’odio proveniente da sinistra è il tipo di legittimazione culturale e istituzionale di cui gode. Piroddi mostra come l’odio «veicolato da settori della sinistra tende a essere normalizzato, minimizzato o, persino, celebrato. Viene spesso camuffato da ironia sofisticata, da critica satirica e giustificato come una reazione alla presunta minaccia esistenziale che la destra rappresenterebbe per i valori democratici». Tra gli esempi più eclatanti il “bastarda” pronunciato da Roberto Saviano contro la premier o il ritorno agli slogan radicali degli anni ’70 contro i “fascisti”. Proprio negli anni ’70 ha origine infatti «una grammatica dell’intolleranza che continua a plasmare il discorso pubblico contemporaneo». Intolleranza che si è rivolta prima contro Berlusconi, poi contro Salvini e infine contro Giorgia Meloni. In quest’ultimo caso però essa è ormai talmente legittimata che non può essere nemmeno denunciata in quanto etichettata come “narrazione vittimistica”. L’intolleranza che viene da sinistra utilizza appositi veicoli linguistici: «non si odia apertamente: si deride. Non si aggredisce: si corregge. Non si zittisce con la forza: si bolla con condiscendenza. È un odio educato ma non per questo meno violento. Si manifesta nei talk show, nei quotidiani, nei social network, nel linguaggio di una certa satira colta». Tutti fattori di un “progressismo morale” che diviene rituale di riconoscimento tra simili. Chi ne resta fuori può essere tranquillamente oggetto di sarcasmo, umiliazione, infantilizzazione. Una pennellata di paternalismo rende tutto ancora più disturbante: «La sinistra assume spesso il ruolo di educatrice del popolo, detentrice del sapere giusto e della corretta lettura del mondo». Anche l’informazione dei giornali ostili alla destra diventa “narrazione etica” cui si aggiunge la predicazione dell’intellettuale moralista: «Si tratta di un attore culturale che non si limita a esprimere opinioni o a partecipare al dibattito pubblico ma che si pone come arbitro morale, emettendo sentenze, scomunicando dissidenti e utilizzando la vergogna come leva politica». Si forma, così, una doppia etica del discorso: da un lato «la destra deve essere monitorata, contenuta, educata; dall’altro, la sinistra viene esentata dal controllo perché considerata portatrice di valori legittimi a priori». Così si finisce con il privare «il sistema democratico di una risorsa fondamentale: la responsabilità condivisa nel custodire il pluralismo e la civiltà del dibattito».
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