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Iran, i pasdaran e la guerra delle spie: chi provano a reclutare
Oggi 23-04-26, 05:00
Due episodi raccontano il divario tra i servizi segreti israeliani e quelli iraniani. Il primo è recente. Il 13 aprile, un ex redattore di un giornale militare israeliano ha ricevuto un Sms. Mittente: «Irgc», i Guardiani della rivoluzione. Il testo lo invitava a opporsi al premier israeliano Benjamin Netanyahu e a registrarsi su un sito come «partner» della milizia. La Foundation for defense of democracies, istituto di ricerca di Washington, ha studiato il caso: il tentativo di reclutamento non aveva componenti di propaganda pubblica – nessuna pubblicità sui social media, per esempio, tecnica ampiamente utilizzata da Teheran - ma era soltanto un messaggio inviato a un bersaglio, identificato grazie a dati sottratti in precedenti operazioni cyber. L’operazione ha destato l’attenzione degli analisti proprio perché mirata, silenziosa, con tutta probabilità riservata ad obiettivi di alto profilo. Eppure, firmata. Il secondo risale a tre anni fa. Ieri il direttore del Mossad David Barnea, durante la cerimonia per i caduti dell’agenzia, ha citato un agente noto come M.: trent’anni di carriera, morto all’estero mentre operava contro il programma nucleare iraniano. È successo sul Lago Maggiore il 28 maggio 2023, con lui c’erano due agenti segreti italiani: tutti e tre sarebbero stati uccisi dall’Iran, ha svelato Barnea, e non da una tempesta che travolse la barca. Lavoravano per bloccare il trasferimento di droni iraniani alla Russia attraverso oligarchi presenti nella zona. Trent'anni di carriera, una morte su un lago piemontese, l’iniziale del nome pronunciata tre anni dopo. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47240136]] Il Mossad lavora così: nelle settimane precedenti la guerra dei dodici giorni del giugno 2025, aveva costruito in Iran una rete operativa di rara complessità, reclutando cittadini iraniani e di Stati confinanti, infiltrandosi nelle strutture nucleari, introducendo veicoli modificati per neutralizzare postazioni di difesa aerea, predisponendo all’interno del Paese sistemi missilistici telecomandati attivati nella prima ora del conflitto. Anni di lavoro, niente nomi, nessun Sms. A quella profondità tattica, Teheran ha risposto con la quantità. Il Washington Institute, un altro think tank con sede a Washington, ha documentato 39 tentativi di infiltrazione in Israele tra il 2013 e il 2025. In 20 casi su 31 il compenso era in criptovaluta, e l’età dei reclutati spaziava dai 13 ai 73 anni. Tra questi, un imprenditore israeliano con contatti in Turchia, Moti Maman, che aveva incontrato due volte funzionari dell’intelligence iraniana per pianificare l’assassinio di Netanyahu, dell’ex ministro della Difesa Gallant e del direttore della Shin Bet, l’agenzia di intelligence per gli interni dello Stato ebraico, Bar. Prima di lasciare l’Iran per il secondo viaggio, aveva ricevuto 5mila euro in contanti. In un altro caso, un padre e un figlio di un villaggio druso nelle alture del Golan raccoglievano per conto dei pasdaran fotografie di movimenti di carri armati e attrezzature dell’Idf, riportando le informazioni a un giornalista dell’emittente di Stato iraniana Al-Alam. Quasi tutte erano reclute di prossimità gestite a distanza senza formazione né copertura. In Israele, gli arresti legati al controspionaggio sono aumentati del 400% nel 2024 rispetto all’anno precedente, al punto che la Shin Bet ha risposto anche con campagne pubblicitarie radiofoniche: «Soldi facili, prezzo pesante». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47367835]] Per risolvere il problema uguale e contrario, Teheran agli spot radiofonici ha preferito le esecuzioni. Dopo la guerra dei 12 giorni, lo scorso giugno, le autorità iraniane hanno arrestato 21mila persone, tutti presunti collaboratori israeliani, e hanno giustiziato uno scienziato nucleare accusato di spionaggio. A fronte di una crescente minaccia di infiltrazione iraniana in Israele, però, sul fronte cyber, il Center for Strategic and International Studies invita a non sopravvalutare le ambizioni iraniane: secondo l’analista Nikita Shah le operazioni degli ayatollah puntano al colpo mediatico, non all’impatto militare. Inoltre, parte dell’infrastruttura cyber iraniana risulterebbe degradata dai raid israeliani (compreso il quartier generale della guerra cibernetica a Teheran). Israele opera con profondità e pazienza, brucia le proprie fonti solo quando necessario e seppellisce i propri agenti rimanendo in silenzio per anni. L’Iran avanza con spregiudicatezza e rumore, e sfruttando le fragilità di una società aperta, firmando i propri messaggi di reclutamento con l’acronimo del proprio corpo militare. È la distanza tra due concezioni dell’intelligence e, per ora, tra i loro risultati.
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