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La corsa al Colle è partita. Il centrodestra è in gara?
Oggi 31-03-26, 05:37
Fatto il giro di boa del referendum, due sono gli appuntamenti chiave ai quali guardano i partiti: il voto politico e l’elezione del Presidente della Repubblica. Chi vince il primo (nel 2027) ha buone possibilità di portare a casa anche il Quirinale (nel 2029). Non è una certezza, solo un miglior punto di partenza, perché non è solo una questione di seggi, servono alleanze, spesso trasversali, un po’ di intelligenza con il nemico, molta astuzia di Palazzo e pazienza da tessitore, va ricordato che per l’elezione del Capo dello Stato il Parlamento in seduta comune è allargato a 58 delegati regionali, che nei primi tre scrutini serve la maggioranza dei due terzi, che dal quarto scrutinio basta la maggioranza assoluta e, soprattutto, che il voto è segreto. È l’elezione più ricca di intrighi, popolata di leggende e miti. Nell’opposizione circolano già i nomi dei papabili, si fanno ipotesi, come ha raccontato ieri Elisa Calessi, e tra i cardinali menzionati nei pensosi caminetti progressisti, Giuliano Amato ha scritto a Libero per dire «non ho l’età» e levarsi subito dalla giostra. Tutti i piani sono condizionati dall’esito delle elezioni, ma non sono per niente prematuri come pensano i profani, perché si può conquistare il Quirinale anche da sconfitti, tanto che dal 1994, in un sistema di alternanza a Palazzo Chigi tra destra e sinistra, al Quirinale è sempre arrivato un Presidente più o meno progressista, mai espressione piena del centrodestra. In questo senso il nostro sistema politico è incompiuto, perché (anche) dal Colle si governa. I poteri del Capo dello Stato non sono affatto formali, i colloqui tra gli uffici di Palazzo Chigi e quelli del Quirinale sono una necessaria consuetudine, la prassi quotidiana dice che il Colle non detta la linea ma la corregge, non la ispira ma la influenza, non partecipa al Consiglio dei ministri ma è immanente. Perdere le elezioni e far salire al Quirinale l’esponente del tuo schieramento è una grande vittoria, a seconda del periodo storico può essere perfino più pesante della conquista dell’esecutivo, perché la durata della carica è di sette anni, asimmetrica rispetto a quella del governo che dopo 5 anni va a casa (se tutto va bene), mentre il Presidente resta. Tutto quello che si discute nel campo largo dopo la vittoria nel referendum va visto nella prospettiva dell’elezione del Presidente. Accanto al tema della premiership di governo, c’è quello della leadership costituzionale, la vetta delle istituzioni, il Quirinale. Il dibattito aperto sulle primarie, la contesa tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, non si comprende se non si guarda la partita nella sua interezza. Quando Paolo Mieli sul Corriere della Sera consiglia a Elly Schlein di fare un passo indietro e spianare la strada a Giuseppe Conte per la guida del governo, apre la madre di tutte le battaglie, perché da lettore del Machiavelli anticipa lo scenario, rinuncia alla sua preferenza per Elly Schlein e pone una questione concreta che riguarda la stabilità del campo largo (che rischia di uscire dilaniato da una sfida nelle primarie) e la prospettiva dell’elezione del Capo dello Stato. Se il Pd cede la premiership, può rivendicare senza obiezioni una sua candidatura per il Quirinale, il posto chiave della Repubblica, l’orologiaio delle istituzioni. Nel centrodestra si sono visti fino a qualche giorno fa i movimenti di qualche “quirinabile”, sono svaniti dopo il voto del referendum, perché sono mosse da solisti prive di una regia, manca una matrice sulla quale lavorare, una margherita da sfogliare, una strategia. È la partita vera della politica e anche qui, come sull’azione del governo nel finale della legislatura, bisogna radunare le forze e soprattutto le idee.
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