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L'Italia in bilico tra demagogia e realismo di governo
Oggi 15-05-26, 06:16
Nei dibattiti parlamentari e nei talk show i campioni del Campo Largo liquidano la stabilità del governo come un fattore trascurabile, per alcuni addirittura negativo. Questo racconto evidenzia la povertà degli argomenti dell’opposizione e l’ignoranza di gran parte dei suoi leader su come funziona l’economia. È un festival della demagogia, un inquietante preludio di quel che potrebbe accadere se la sinistra vincesse le elezioni. La stabilità è la condizione primaria per proteggere la ricchezza reale di milioni di italiani. Il nostro è un Paese ricco che nella retorica politica ama raccontarsi povero, una bugia. Il rapporto congiunto Banca d’Italia e Istat, pubblicato il 28 gennaio 2026, certifica che alla fine del 2024 la ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto 11.732 miliardi di euro: il valore più alto mai registrato dall’inizio della serie storica nel 2005. Con un patrimonio pro capite di 199.000 euro, l’Italia supera per il secondo anno consecutivo il Regno Unito. Quello che tutti dimenticano è che siamo una nazione straordinariamente ricca con uno Stato straordinariamente indebitato. Qui si innesta il discorso sulla fiducia e il governo. Dopo quattro anni a Palazzo Chigi, multipli shock geopolitici, inflazione, dazi, guerra ai confini d’Europa, il centrodestra nei sondaggi è ancora competitivo, il quadro delle coalizioni è di sostanziale parità. In qualsiasi altro sistema politico, un governo a questo punto del mandato ha esaurito il credito di fiducia. In Italia no. Il dato da leggere non è il testa a testa. È la tenuta strutturale: in un contesto di shock esterni continui, gli italiani non hanno ancora visto un’alternativa credibile al governo Meloni. Il centrodestra ha costruito, nel tempo, la percezione di essere l’argine — forse non un’opzione entusiasmante (e chi può essere entusiasta con quello che accade nel mondo?), ma di certo è una scelta solida. È un capitale politico che si spende lentamente, ma esiste. E al voto si arriva tra un anno. Mario Draghi offre più di uno spunto per continuare a ragionare su questo quadro. Ieri ha ricevuto il Premio Carlo Magno e il suo discorso di Aquisgrana è forse il più sistematico che l’ex premier e presidente della Bce abbia mai pronunciato. La diagnosi è precisa: l’Europa si è affidata all’export e alla sicurezza pagata dagli Stati Uniti per evitare scelte politiche interne difficili. Quel mondo è finito. Ora che entrambi i pilastri cedono, il modello si incrina e gli Stati più fragili pagano il prezzo più alto. «Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme. L’Europa sta rispondendo a questa nuova realtà. Ma sta rispondendo all’interno di un sistema che non era stato concepito per sfide di questa portata». In questo quadro, l’Italia è il Paese europeo con il maggior debito in rapporto al Pil tra le grandi economie, con milioni di risparmiatori esposti alle tensioni sui titoli di Stato e con spread che si muovono al minimo segnale di instabilità politica. Draghi lo sa meglio di chiunque altro: quando i mercati percepiscono fragilità al centro, colpiscono la periferia. E la periferia, oggi, siamo ancora noi, bastava osservare il vertice di Pechino tra Trump e Xi Jinping per capire che si va verso un G2, un accordo (o una guerra, vedremo quanto la lezione di Tucidide sarà ascoltata o meno) tra le due superpotenze. Guidano gli Stati Uniti, la Cina si adatta come l’acqua. L’epicentro del cambiamento è in America, dove tutto va in un’altra direzione e velocità. L’indice S&P 500 ieri ha toccato per la prima volta quota 7.500 punti: +19% dal minimo del 30 marzo, oltre 10.900 miliardi di dollari di capitalizzazione recuperati in sette settimane. Un rimbalzo storico, in un contesto di dazi, inflazione e conflitti aperti. La Borsa sta prezzando la struttura dell’economia americana. Draghi lo dice nel suo intervento senza citare Wall Street, ma il concetto è quello: «La lezione è che la durezza esterna richiede profondità interna». Gli Stati Uniti assorbono gli shock meglio di tutti perché hanno mercati dei capitali profondi, un mercato interno integrato, capacità di mobilitazione industriale e un settore tecnologico formidabile. È la struttura che manca ancora all’Italia, all’intera Europa. Per questo siamo la preda di Washington e Pechino. Per i risparmiatori italiani, il messaggio è indiretto ma chiaro: in un mondo dove i mercati premiano la solidità sistemica, un Paese con 3.100 miliardi di debito pubblico non può permettersi governi che i mercati stessi non riconoscano come affidabili. Lo spread è un termometro. E in questo momento, la febbre dell’Italia è bassa. Da quattro anni il governo Meloni la tiene sotto controllo, è un atto di responsabilità verso milioni di italiani. Ai mercati non interessa chi vince, ma se esiste un governo capace di onorare gli impegni con i creditori internazionali, capace di rispettare il Patto di stabilità, di interloquire con la Bce e con la Commissione europea in maniera credibile. Un esecutivo politicamente incoerente o fiscalmente irresponsabile trasformerebbe la ricchezza degli italiani nel collaterale di una crisi di spread. Prendiamo una famiglia che ha acquistato una casa, ha un mutuo, ha investito in un fondo, ha un conto deposito e un Btp comprato allo sportello. Sembra un quadro solido e lo è. Ma ognuno di questi asset è collegato, direttamente o indirettamente, alla credibilità del debito pubblico italiano. Una gestione fantasiosa dei conti avrebbe effetti devastanti: riduce il valore del fondo di investimento, aumenta la rata del mutuo, trasforma la casa in un bene invendibile e il valore del Btp cala. È esattamente quello che è accaduto in Italia tra il 2011 e il 2013. Il meccanismo di trasmissione dalla crisi del debito sovrano alla ricchezza delle famiglie è rapido e colpisce chi ha una casa, un mutuo e dei risparmi. Cioè la classe media italiana. In questo scenario, il governo italiano non ha margini per commettere errori. Meloni e Giorgetti in questi quattro anni non ne hanno commessi. Ecco perché la stabilità è un valore, è gestione prudente, è moneta sonante.
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