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"QUI COMANDANO I MARANZA": L’ITALIA NON SI PIEGA ALLE MINACCE DI NESSUNO!
Oggi 31-10-26, 14:55
Le dichiarazioni emerse in un servizio televisivo Mediaset riaccendono il dibattito sulla sicurezza, sull’immigrazione, sull’integrazione e sul rispetto delle istituzioni italiane. La libertà di espressione è un diritto, ma non può diventare uno scudo per intimidazioni e violenze. Ho ascoltato, in questo filmato mandato in onda su un canale Mediaset, parole veramente inaccettabili rivolte al nostro Paese da parte di due persone che si identificavano orgogliosamente come maranza. Senza timore e con convinzione, voglio dire a questi maranza, come si definiscono, che c’è un limite che non può essere oltrepassato. È quello che separa la libertà di esprimere un’opinione dalla pretesa di intimidire un’intera comunità nazionale. Le affermazioni attribuite ad alcuni giovani protagonisti di questo servizio televisivo trasmesso da Mediaset, secondo cui l’Italia sarebbe un «Paese di merda» e nelle nostre città «comanderebbero i maranza», meritano una riflessione severa e una risposta istituzionale chiara. Se queste parole sono state effettivamente pronunciate nei termini riportati, e non ho motivo di dubitarne, siamo davanti a dichiarazioni provocatorie e gravissime, che non possono essere liquidate come una semplice ragazzata. L’Italia non è terra di conquista. Le nostre città non appartengono a bande di delinquenti di strada. E nessuno, italiano o straniero, può pretendere di imporre la propria volontà attraverso la paura, la prepotenza o la violenza. Il nostro Paese ha costruito nel tempo un sistema di accoglienza, assistenza e integrazione che comporta responsabilità, risorse pubbliche e impegno da parte delle istituzioni. È quindi legittimo interrogarsi su quale significato abbia l’integrazione quando qualcuno, eventualmente beneficiario di queste opportunità, manifesta disprezzo verso il Paese in cui vive o rivendica il dominio delle strade. Ma occorre distinguere la critica, anche offensiva, dalle condotte penalmente rilevanti. In una democrazia si può contestare duramente il proprio Paese; altra cosa è minacciare persone, esercitare violenza, commettere reati o pretendere di sostituirsi alle autorità. Chi delinque deve rispondere delle proprie azioni. Chi minaccia deve essere perseguito secondo la legge. Chi pretende di comandare con la forza deve trovare uno Stato presente, autorevole e capace di intervenire. Questa vicenda riporta al centro anche una questione delicata: il rapporto tra integrazione, identità culturale, appartenenza religiosa e valori della società italiana e occidentale. Tra gli argomenti da affrontare c’è anche quello dell’Islam, soprattutto quando emergono concezioni integraliste incompatibili con la libertà individuale, la parità tra donne e uomini, la laicità delle istituzioni e la supremazia della legge civile. L’eventuale appartenenza alla fede islamica dei giovani protagonisti del servizio deve tuttavia essere verificata, non potendo essere dedotta dalle loro origini o dal loro comportamento. Il punto fondamentale rimane uno: nessuna religione, cultura o ideologia può essere invocata per giustificare il rifiuto delle leggi italiane, la violenza o la pretesa di imporre regole parallele a quelle dello Stato. L’Italia garantisce la libertà religiosa, ma non ammette che convinzioni personali diventino strumenti di coercizione nei confronti degli altri cittadini. Quando si verificano minacce, aggressioni, intimidazioni o altri comportamenti criminali, la risposta non può limitarsi a una generica condanna pubblica. Occorrono identificazioni, accertamenti, interventi delle autorità e applicazione delle sanzioni previste dall’ordinamento. Per i cittadini stranieri responsabili di determinate condotte, la legislazione italiana contempla, nei casi e con le garanzie previste, anche provvedimenti di espulsione. La loro applicazione deve dipendere dalla situazione giuridica individuale e non dalla religione, dall’origine familiare o da una semplice dichiarazione offensiva. La cittadinanza italiana, inoltre, comporta diritti e doveri che non possono essere cancellati sulla base dell’appartenenza culturale o delle origini. La certezza della pena, il controllo del territorio e il contrasto alle bande violente sono questioni di legalità, non di provenienza geografica, anche se, troppo spesso, purtroppo, vediamo che esiste una correlazione tra i reati e, appunto, la provenienza geografica. E a queste persone voglio dire che nessuno può permettersi di sottomettere gli italiani. L’affermazione secondo cui determinati gruppi comanderebbero nelle nostre città non deve essere accettata come una realtà inevitabile. Le strade, le piazze, le scuole e i quartieri appartengono alla collettività. Nessuna banda può rivendicarne il controllo, nessun gruppo può intimidire chi li frequenta e nessuno può sostituirsi allo Stato. La libertà non significa assenza di regole. L’accoglienza non significa rinuncia alla legalità. L’integrazione non può essere ridotta a una parola priva di responsabilità reciproche. Chiunque scelga di vivere in Italia deve confrontarsi con questi principi, indipendentemente dalla propria nazionalità, generazione o appartenenza religiosa. La questione non è impedire a qualcuno di criticare l’Italia. Il diritto di critica appartiene a tutti ed è una delle caratteristiche fondamentali di un Paese democratico. La questione è impedire che la provocazione si trasformi in intimidazione, che la violenza diventi uno strumento di controllo del territorio e che la criminalità trovi spazio nell’assenza di risposte efficaci. Le istituzioni hanno il dovere di verificare i fatti, individuare eventuali responsabilità e intervenire senza esitazioni quando vengono violate le leggi. Il messaggio conclusivo è semplice e inequivocabile: l’Italia non sarà sottomessa da nessuno. Non dalle bande, non dai violenti, non da chi pretende di comandare attraverso la paura e non dai maranza. Nel nostro Paese comanda la legge dello Stato italiano. E deve valere per tutti, senza eccezioni e senza privilegi.
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