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Report e Ranucci, l'ossessiva caccia alla "mafia nera"
Oggi 12-02-26, 09:02
Una colossale smentita e pure una querela. Non è male, il bilancio della puntata di Report del 4 gennaio scorso. Il tema è uno di quelli tanto cari alla sinistra, la cosiddetta “pista nera” per le stragi mafiose del 1992-94. E lo schema è un po’ sempre il solito: il pentito che attacca questo e quello, la trasmissione che confeziona un servizio con una tesi precostituita, i giornali amici che rilanciano il tutto come fossero verità incontrovertibili. Peccato che poi, scavando un po’, dello scandalo non resti granché. Nello specifico, come spiegato dallo stesso Ranucci, l’inchiesta di Report si basava «sugli audio in cui Alberto Lo Cicero, autista del boss Mariano Tullio Troia, parla della presenza di Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia nazionale, a Capaci, e di sopralluoghi, pochi giorni prima della strage, dove è stato posto l’esplosivo». Non solo. Nella puntata si parlava anche dell’amico che avrebbe tradito Paolo Borsellino, che sarebbe, secondo la ricostruzione, Guido Lo Porto, ex deputato del Msi ed ex presidente dell’Assemblea regionale siciliana. Il contenuto della puntata, però, è stato sostanzialmente demolito dal procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, intervenuto martedì in commissione parlamentare antimafia. De Luca, di fatto, ha smontato la “pista nera” a partire dalla scarsa attendibilità di Lo Cicero: «Il collaboratore di giustizia è uno strumento fondamentale ma molto pericoloso se non gestito adeguatamente. I principali disastri giudiziari sono stati causati da una non adeguata trattazione dei collaboratori. Mi riferisco al caso Tortora e al depistaggio a opera di Vincenzo Scarantino». Quindi l’affondo finale: «Le dichiarazioni di Lo Cicero sono carta straccia. Come scrissero i giudici già nel ’95 ha mentito sulla sua appartenenza a Cosa Nostra, per cui tutto quello che sostiene di avere appreso dagli uomini d’onore è totalmente falso». Le stesse perplessità De Luca le ha pure sul ruolo di Lo Porto. Ricostruiamo brevemente. I magistrati Massimo Russo e Alessandra Camassa hanno detto di aver sentito Borsellino dire tra le lacrime di essere stato «tradito da un amico». Si trattava di Lo Porto? Borsellino era stato informato di una sua ipotetica vicinanza al boss Troia? De Luca non ci crede: se gli avessero detto «“Guarda che il tuo amico Guido frequenta Troia”, è ragionevole presumere che Borsellino una reazione l’avrebbe avuta. E questo sarebbe stato un fatto indimenticabile». Invece una reazione nessuno la ricorda. «Da ciò si trae non la prova, ma un elemento, un indizio abbastanza valido del fatto che probabilmente l’amico traditore non fosse Lo Porto». Il quale, infatti, ha deciso di difendersi querelando. Spiega l’avvocato Stefano Giordano: «Lo Porto risulta destinatario di dichiarazioni ritenute calunniose e diffamatorie ad opera dei giornalisti Sigfrido Ranucci e Paolo Mondani nella puntata di Report del 4 gennaio; dichiarazioni nelle quali viene accusato di essere l’amico che “tradì” Borsellino. Confidiamo che venga sgomberato il campo da ogni illazione sul coinvolgimento di esponenti della destra in quelle stragi». Ma perché, andando anche oltre Report, la sinistra ha l’ossessione della “pista nera”? Le ragioni sono diverse. Per prima cosa tanti, tra i progressisti, non digeriscono il fatto che Borsellino fosse un uomo di destra, cresciuto tra i giovani missini. E che, come spiegato da Giuseppe Ayala, in quell’ambiente avesse conservato fino all’ultimo «amicizie forti». Lo Porto, certo, ma anche Alfio Lo Presti e Giuseppe Tricoli, professore di storia con cui passò l’ultimo giorno della sua vita. E poi dà forse fastidio il fatto che sul fronte della lotta alla mafia il Msi abbia un pedigree invidiabile, tanto da essere l’unico partito ad aver votato Borsellino per il Quirinale nel 1992. E infine, insomma, Giorgia Meloni ha sempre detto di aver iniziato a far politica dopo la strage di via D’Amelio. Se si potesse dire che dietro quell’anno orribile c’erano anche pezzi di destra...
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