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Ricina, "nuovi sospettati": non solo il marito, verso chi punta l'indagine
Oggi 15-04-26, 09:55
Il giallo di Pietracatella s’infittisce. C’è un dettaglio che potrebbe cambiare tutto, mentre l’Italia si interroga sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara. Ora spunta una verità che ribalta almeno una delle certezze iniziali: Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, “è negativo alla ricina”. La notizia, anticipata nelle scorse settimane - e rilanciata anche da Il Messaggero - trova conferma ufficiosa. Ma la prudenza resta d’obbligo: la relazione del Centro antiveleni di Pavia non è ancora arrivata sul tavolo del medico legale Pia De Luca e la procura, non a caso, tace. Ma filtrano voci su "nuovi sospettati" in un caso sempre più intricato. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47217313]] Silenzio pesante, che alimenta dubbi e sospetti. Già, perché quel veleno — la ricina — nel sangue delle due donne c’era eccome. E allora la domanda resta sospesa: chi lo ha somministrato? E soprattutto, perché? L’ipotesi dell’omicidio volontario è ormai più di una pista. È una convinzione che prende corpo, giorno dopo giorno. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47264221]] Nel frattempo, gli inquirenti stringono il cerchio. Di Vita sarà interrogato di nuovo. La sua versione “non ha convinto”, così come non convincono quelle della figlia Alice e della cugina Laura. Troppe coincidenze, stessi racconti, stessi dettagli. O forse stessi vuoti. Un copione che, agli occhi degli investigatori, suona stonato. E poi c’è quella sera del 23 dicembre. Alice fuori casa, l’uomo forse altrove, forse proprio dalla cugina. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47276109]] “Non ricordo cosa abbiamo mangiato”, aveva detto lui. Una frase che oggi pesa come un macigno. Anche perché Antonella e Sara iniziano a stare male poche ore dopo, nella notte tra il 24 e il 25. La pista familiare resta la più battuta, ma non è l’unica. Si guarda anche alla vita professionale della donna, commercialista nello studio del marito. Intanto sono già una quarantina i testimoni ascoltati. In attesa delle autopsie e degli esami istologici, una cosa è certa: non è più solo un dramma. È un caso. E qualcuno, lì dentro, sa più di quanto dice.
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