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Terranova: perché in Italia è inutile sfilare in reggiseno
16-11-2024, 08:15
A Bologna è andata in scena l'imitazione del gesto di ribellione della studentessa di Teheran che si è tolta gli abiti, restando in mutande e reggiseno, per protestare contro il regime iraniano e la polizia morale che impone alle donne di essere obbedienti e velate. Durante il corteo degli studenti mobilitati per il “No Meloni day” dieci ragazze sono rimaste in reggiseno e alcune in mutande accusando il patriarcato «che ci penalizza costantemente per come siamo e come ci esprimiamo, che ci rende oggetti prive di voci, non solo a scuola ma anche in ambito lavorativo e domestico». Vabbé. Avrebbero potuto giocarsela meglio e spiegare che il loro era un gesto di solidarietà per le ragazze iraniane che lottano per la loro libertà anziché utilizzare una generica formula – il patriarcato – che non ha alcuna aderenza con la realtà italiana e neanche con la realtà delle società occidentali dove il maschio – per dirla col sociologo Luca Ricolfi – reagisce con violenza contro la donna perché incapace di «accettare la sconfitta». Una tesi supportata anche da psichiatri come Paolo Crepet per il quale nelle società avanzate i giovani «non sono preparati all'eventualità» di poter fallire. Non solo, ma da anni leggiamo e scriviamo di padri deboli che non sanno dire di no ai figli. La nostra non è una società patriarcale semmai è una società individualista dove le relazioni si degradano sempre di più. IDEE DIFFICILI DA ESTIRPARE Se proprio di neopatriarcato si vuole parlare esso risiede, come ha fatto notare più volte Eugenia Roccella, nella tendenza a negare la realtà del corpo sessuato colpendo così l'identità delle donne. Vai a vedere, dunque, che proprio la messa in discussione del binarismo alla fine finisce col danneggiare le donne e non a caso è rifiutata dal femminismo delle differenza. Quest'ultimo ha oggi un suo testo di riferimento nel nuovo libro di due filosofe, Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, dal significativo titolo “Donna si nasce”. Torniamo però al gesto delle studentesse bolognesi: se esso ha un senso sotto regimi di tipo teocratico che impongono alle donne in nome della religione abitudini, abbigliamento, matrimoni combinati, mutilazioni genitali, è assolutamente privo di valenza rivoluzionaria in un Occidente che fin dai tempi dell'invenzione della minigonna di Mary Quant (primi anni Sessanta) ha conosciuto un percorso di emancipazione anche e soprattutto nel modo di vestire, di coprire o scoprire il corpo femminile. Insomma svestirsi, da noi, passa quasi inosservato e di sicuro non rappresenta un gesto liberatorio. Ben più ardimentose, se vogliamo, furono allora le Femen dieci anni fa (precisamente nel 2013) quando presero di mira l'Islam radicale schierandosi a difesa di Amina Tyler, la ragazza tunisina che pubblicò le sue foto in topless suscitando l'ira dei fondamentalisti islamici meritandosi una fatwa. «Le nostre tette sono più pericolose delle vostre pietre», fu la risposta delle Femen che si presentarono a seno nudo davanti alle moschee e alle ambasciate. Sappiamo anche, del resto, che le performance delle Femen puntavano più all'iconoclastia che alla difesa dei diritti delle donne. La stessa Amina dopo avere aderito al movimento se ne è distaccata accusandolo di “islamofobia”. Per le Femen tutte le religioni risulterebbero oppressive del genere femminile mentre è ormai solo l'islamismo radicale che nega anche la possibilità di concepire la donna come soggetto indipendente sottratto al tutoraggio maschile. Una mentalità, una cultura e una visione del rapporto uomo-donna molto difficile da estirpare come dimostrano continuamente casi di cronaca che ci lasciano sbigottiti. Ultimo in ordine di tempo quello accaduto a una quindicenne di origine marocchina della Bassa modenese picchiata da tre compagne, anch'esse nordafricane e di religione islamica, perché aveva scelto in accordo con la famiglia di non portare più il velo. Secondo la denuncia presentata con coraggio dalla ragazzina, supportata dai propri genitori, infatti, le tre avrebbero iniziato lo scorso maggio a offenderla, bullizzarla, perseguitarla ma anche ad aggredirla fisicamente. La minore, proprio a causa di quelle persecuzioni sarebbe precipitata in un forte stato d'ansia, provando terrore al pensiero di dover arrivare a scuola la mattina e chiedendo alla sorella maggiore di accompagnarla. Infine la giovane ha subìto un feroce pestaggio, che l'ha costretta a ricorrere alle cure ospedaliere. LIMITI E IDEOLOGIA GENDER Sono temi che vengono affrontati con timidezza e con molte riserve da parte del femminismo “ufficiale” che appunto trova più comodo indicare nel patriarcato una sorta di nemico immaginario e al tempo stesso rassicurante perché diventa una sorta di rifugio ideologico. Dei limiti del femminismo canonico, agitato a sinistra, si parlerà al convegno in programma oggi a Roma, al teatro Duse, per far conoscere un punto di vista alternativo, un pensiero differente sulle vere minacce che le donne devono affrontare oggi. Tra queste la più importante è sicuramente quella cultura della cancellazione che nega la specificità femminile e insegue le utopie dell'ideologia gender. Tra le relatrici ci sarà anche Dounia Ettaib, cittadina italiana di origine marocchina che presiede l'associazione “Donne arabe d'Italia” e che ha vissuto per anni sotto scorta dopo le minacce e le aggressioni subìte dai fondamentalisti islamici. La sua colpa? Avere preso posizione sull'omicidio di Hina Saleem, uccisa dal padre perché voleva vivere all'occidentale.
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