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Estero
La Nasa porta su Artemis II oltre 2 milioni di nomi di persone
Oggi 21-01-26, 12:30
AGI - C'è un archivio digitale che sta per lasciare la Terra, ma non resterà confinato in un server della Silicon Valley. Viaggerà per migliaia di chilometri nel vuoto cosmico, orbitando attorno alla Luna a bordo di una capsula. La NASA ha fissato il termine ultimo: chiunque voglia aggiungere il proprio nome a questa "capsula del tempo" moderna ha tempo fino a mercoledì 21 gennaio. L'iniziativa, denominata Send Your Name with Artemis II, è stata pensata per essere virale. Basta inserire nome, cognome e un PIN identificativo sul sito ufficiale dell'agenzia, in modo gratuito. Il risultato è una boarding pass virtuale che sta già intasando i feed dei social network. Un gioco, certo, ma con numeri imponenti: sono già 2,499,831 milioni le persone che hanno "prenotato" il proprio posto accanto agli astronauti Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Il marketing politico dietro la missione A prima vista, spedire una lista di nomi che nessuno leggerà mai, e che non toccherà nemmeno il suolo lunare, dato che Artemis II è una missione di sorvolo, sembrerebbe un inutile spreco di spazio. In realtà, è una mossa magistrale di marketing politico. Le missioni spaziali del XXI secolo non si vincono solo nei laboratori, ma nelle aule del Congresso dove si decidono i budget. Coinvolgere milioni di cittadini in un gesto simbolico crea un legame emotivo con la missione. Se il tuo nome è su quella navicella, Artemis non è più solo "una spesa del governo", ma diventa "la mia missione". La conquista dello spazio: una questione di identità Ma quello che oggi è un file digitale, un tempo era materia solida. La NASA, infatti, non è nuova a queste "interferenze culturali" nel cosmo. Nel 1969, ad esempio, gli astronauti lasciarono una targa d'acciaio fissata alle gambe del modulo Eagle, ancora oggi visibile sul suolo lunare. Dunque, mentre Artemis II si prepara a riportare l'umanità nell'orbita lunare, questa scheda SD ci ricorda che la conquista dello spazio è, prima di tutto, una questione di identità. Non ci vanno solo gli scienziati; ci andiamo tutti noi, un bit alla volta.
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