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Estero
L'Iran ostenta sicurezza, ma la repressione continua: "almeno 648 morti"
Ieri 12-01-26, 22:03
AGI - Il regime iraniano serra i ranghi e al sedicesimo giorno di proteste anti-governative senza precedenti porta in piazza i suoi sostenitori, mentre aumenta l'allarme per le dimensioni della repressione nelle strade e online. Dopo oltre due settimane di proteste che hanno interessato quasi tutte le province del Paese, le autorità hanno provato a diffondere il messaggio che la situazione sia tornata "sotto controllo", ma il blocco totale di Internet e delle comunicazioni telefoniche continua ininterrotto da giovedì. È la prova che il regime ha bisogno ancora di mantenere il controllo sulle informazioni e di continuare col pugno di ferro: secondo l'ONG Iran Human Rights, i morti accertati finora sono almeno 648, ma diverse stime arrivano a parlare di migliaia di vittime. Inizialmente scatenate dalla crisi economica, le proteste si sono trasformate in una delle più grandi sfide per il sistema teocratico che governa l'Iran dalla Rivoluzione islamica del 1979 che detronizzò lo scià. A dimostrazione della gravità della crisi, le autorità hanno imposto un blackout di Internet che va avanti da quasi quattro giorni e che secondo gli attivisti mira a mascherare la portata della repressione. Il blocco dei terminali Starlink Poche e drammatiche immagini di corpi a terra e cadaveri negli obitori, ma anche di forze di polizia che sparano direttamente al volto dei manifestanti, sono uscite in questi ultimi giorni grazie ad alcuni terminali Starlink presenti nel Paese. Ma anche qui la repressione è stata totale: per la prima volta il regime è riuscito a bloccare su larga scala i terminali Starlink, dimostrando una capacità di isolare la popolazione dal resto del mondo sopra le aspettative. Quello che hanno fatto su Starlink è "una cosa senza precedenti nel mondo del jamming", ha dichiarato Kave Salamantian, specialista in geopolitica del cyberspazio e coautore di uno studio sull'internet iraniano. La guerra su quattro fronti Nel tentativo di riprendere l'iniziativa, il governo ha indetto manifestazioni in tutto il Paese a sostegno della Repubblica islamica. Migliaia di persone hanno riempito piazza Enghelab (Rivoluzione) a Teheran, brandendo la bandiera nazionale, mentre venivano lette preghiere per le vittime di quelle che il governo ha definito "rivolte". Le immagini sono state diffuse dalla tv di Stato, Irib, rimasta praticamente l'unica fonte di informazione dal Paese. Rivolgendosi alla folla, il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha affermato che l'Iran sta combattendo una "guerra su quattro fronti": una economica, una psicologica, una "militare" con Stati Uniti e Israele e "oggi una guerra contro i terroristi", riferendosi alle proteste. A differenza del passato, la propaganda ufficiale non nega l'alto numero di vittime, di cui decine si contano anche tra le forze dell'ordine, ma le attribuisce esclusivamente all'aggressione di "terroristi" aiutati da elementi esterni. L'allarme interno e la condanna internazionale Gli appelli a reprimere i manifestanti e a unirsi intorno all'attuale leadership sono arrivati anche da parte degli elementi più moderati del sistema, a dimostrazione di quanto sia diffusa la preoccupazione per la possibile decapitazione della Repubblica islamica. Le proteste "non mirano più a trasformare il regime, ma a rovesciarlo", ha commentato al Wall Street Journal Sanam Vakil, direttore del programma Medio Oriente-Nord Africa presso il Royal Institute of International Affairs britannico. "Se la nave affonda, affondano anche i riformatori", ha sottolineato. La condanna dell'Europa alla repressione in corso è unanime. Il Parlamento europeo ha vietato l'accesso ai suoi locali a tutti i diplomatici e rappresentanti iraniani, mentre l'UE si è detta pronta a nuove sanzioni. Da Teheran, hanno risposto con la convocazione al ministero degli Esteri dei rappresentanti diplomatici di Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna. Le minacce degli Usa I riflettori rimangono puntati sul presidente USA, Donald Trump (N.d.R.: riferimento al leader della Casa Bianca), che intensifica le sue minacce. "Stiamo valutando alcune opzioni molto forti", ha dichiarato. Domani, il leader della Casa Bianca dovrebbe essere informato sulle opzioni per rispondere alla repressione, tra cui l'imposizione di ulteriori sanzioni o un intervento militare. I grandi alleati del regime dell'ayatollah Khamenei, Mosca e Pechino, per ora si limitano a condannare i tentativi di "ingerenza straniera". Araghchi, che secondo Axios ha sentito l'inviato USA Steve Witkoff nel fine settimana, ha avvertito che l'Iran è pronto sia alla guerra che ai colloqui, mentre Ghalibaf ha promesso che l'esercito impartirà al presidente degli Stati Uniti "una lezione indimenticabile", se oserà attaccare.
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