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Estero
Allinearsi o perdere i finanziamenti alla ricerca: il controllo ideologico di Trump sulle università
Ieri 04-04-25, 05:24
La dichiarazione di J.D. Vance, senatore repubblicano e figura chiave della nuova amministrazione Trump, secondo cui “i professori universitari sono il nemico”, suonava inizialmente come una provocazione, ma oggi appare come l’espressione fedele di una linea politica. Gli Stati Uniti stanno infatti inviando questionari a università e centri di ricerca internazionali, per valutare l’aderenza dei progetti scientifici ai “valori fondamentali americani” definiti dall’attuale governo. I destinatari sono istituzioni accademiche che ricevono fondi o collaborano con enti statunitensi, e le domande si concentrano su temi ritenuti sensibili: identità di genere, ruolo della religione, cambiamento climatico, diritti sessuali e riproduttivi, giustizia sociale. Secondo quanto riportato da Nature, i questionari sono stati inviati da agenzie federali come la National Science Foundation (NSF) o il Department of Energy, sotto forma di survey non ufficiali ma dall’evidente valore politico. In Europa, molte università hanno risposto consigliando ai propri ricercatori di non compilare il modulo. Il timore diffuso è che la partecipazione possa implicare una sottomissione implicita a criteri ideologici che mettono a rischio l’autonomia scientifica. Le domande – secondo testimonianze riportate da rettori e amministratori accademici – mirano a identificare se le ricerche affrontano questioni potenzialmente “controverse” per gli standard politici dell’amministrazione statunitense, come l’impatto dell’uomo sul clima, la presenza di approcci non binari nelle scienze sociali, o l’uso di terminologie considerate “non neutrali”. In Svizzera, la presidente di swissuniversities Luciana Vaccaro ha confermato che l’ETHZ ha ricevuto i questionari e che i ricercatori si trovano sotto pressione, incerti sul comportamento da tenere. Vaccaro ha affermato che “non è accettabile che un finanziatore tenti di influenzare la direzione della ricerca o la libertà accademica”. Ha aggiunto che le università stanno ora riflettendo su come reagire,ma anche se le implicazioni giuridiche non sono ancora chiare, la libertà di ricerca in Svizzera è tutelata dalla Costituzione. I campi più colpiti sembrano essere le scienze ambientali e i progetti legati ai diritti umani e alle diseguaglianze. Nei Paesi Bassi, la TU Eindhoven ha confermato, attraverso un comunicato pubblicato da Cursor, di aver ricevuto un questionario relativo a un progetto finanziato in collaborazione con un ente statunitense. Il documento chiedeva di indicare se i contenuti della ricerca potessero risultare dannosi per la reputazione degli Stati Uniti o entrare in conflitto con i loro valori. La direzione dell’università ha dichiarato che sta esaminando attentamente la questione, ribadendo che l’indipendenza della ricerca e la libertà accademica sono principi non negoziabili per l’ateneo. Il caso ha suscitato preoccupazione tra i ricercatori, anche se non si registrano ancora prese di posizione ufficiali di rifiuto o interruzione dei progetti. In Canada, come riferisce GlobeNewswire il 18 marzo 2025, l’organizzazione Research Canada ha definito “allarmanti” le nuove direttive statunitensi e ha denunciato il rischio che la ricerca canadese venga condizionata da pressioni politiche. In particolare, l’attenzione si concentra su settori come l’ambiente, la salute pubblica e i diritti delle donne. Alcuni centri canadesi, secondo il comunicato, hanno già ricevuto comunicazioni che sollecitano una valutazione “etica” dei progetti in corso, ma le università stanno ancora cercando di chiarire la portata e il carattere vincolante delle richieste ricevute. Non sono stati pubblicati inviti ufficiali a non rispondere, ma si sottolinea la gravità della situazione. Il caso australiano, documentato da The Economic Times, mostra un panorama ancora frammentato. Le università del Group of Eight sono state tra le prime a ricevere i questionari. Diverse fonti interne riferiscono che alcune di esse hanno già risposto, anche se non è noto con quali contenuti e secondo quali criteri. La preoccupazione espressa riguarda il possibile blocco o riduzione dei fondi americani destinati alla ricerca se i progetti dovessero essere giudicati “inappropriati” dal punto di vista ideologico. Non risultano al momento prese di posizione pubbliche da parte delle università, ma alcune stanno rivedendo le loro politiche interne per gestire queste richieste in modo coordinato. Il disegno complessivo è ormai chiaro: attraverso una serie di pressioni formali e informali, la nuova amministrazione statunitense sta cercando di esercitare un controllo ideologico anche sulla ricerca sviluppata all’estero, sfruttando la leva dei finanziamenti. Non siamo davanti a una censura diretta, ma a una forma più subdola di condizionamento: ottenere l’autocensura preventiva delle istituzioni accademiche per continuare a beneficiare dei fondi. La strategia si muove su una soglia ambigua, ma le sue implicazioni sono tutt’altro che vaghe: chi non si allinea rischia l’esclusione. Il caso dei questionari imposti dall’amministrazione Trump non è un dettaglio tecnico né una controversia passeggera: è un precedente grave e rivelatore. Per la prima volta, un governo tenta di condizionare su larga scala la ricerca internazionale imponendo criteri ideologici attraverso la leva dei finanziamenti. Il messaggio è brutale nella sua semplicità: chi vuole accedere ai fondi americani deve allinearsi a una visione del mondo in cui l’identità di genere è un tabù, il cambiamento climatico una teoria discutibile, e la scienza sociale un terreno minato da “devianze culturali”. Non è una richiesta di trasparenza, ma una chiamata all’obbedienza. Che molte università europee abbiano reagito consigliando ai propri ricercatori di non rispondere è un segnale importante, ma ancora insufficiente. Servirebbe una posizione pubblica, coordinata, netta, capace di rifiutare non solo le domande, ma il principio stesso che le rende possibili: quello per cui la scienza è tollerabile solo quando non disturba. In Svizzera, in Canada, in Australia, la resistenza è ancora cauta, diplomatica, sotto traccia. Ma il tempo delle cautele potrebbe essere finito. La posta in gioco è altissima: se si accetta che i contenuti di una ricerca debbano essere compatibili con “i valori americani” (oggi ridefiniti su basi confessionali e nazionaliste), allora ogni università nel mondo rischia di diventare un’agenzia per l’approvazione morale delle proprie domande. Anche nel nostro paese, è necessaria una risposta forte anche dalle istituzioni scientifiche e dai parlamentari che abbiano a cuore la ricerca scientifica, se ancora ve ne sono. Perché, quando l’ideologia entra nei bandi per il finanziamento alla ricerca, la verità è già uscita dal laboratorio.
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