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Estero
Colpevolizzare la vittima, ovvero chiedere all’Ucraina se portasse la minigonna
Oggi 23-02-26, 10:38
La vittimizzazione secondaria è un concetto nato dagli studi sulle violenze di genere, ma merita ormai una riflessione più ampia sul modo in cui alcune società trattano le vittime, anche in campo politico. Questo tipo di violenza avviene quando, a seguito di un’aggressione, l’attenzione si sposta dalle responsabilità dell’aggressore alla condotta di chi ha subito le sue azioni. “Non era consapevole del pericolo?”, “non poteva scappare?”, “mi scusi, cosa indossava?”. Sono domande che non autorizzano la giustificazione né il ridimensionamento di un sopruso, ma che trasferiscono il peso morale dell’atto dall’offensore all’offeso, con un’operazione tanto sfumata quanto efficace. Nel dibattito pubblico italiano sull’invasione dell’Ucraina, questa dinamica è diventata sorprendentemente familiare. A quattro anni dall’attacco russo del 24 febbraio 2022, una parte consistente del discorso mediatico continua a interrogare Kyiv più di Mosca, le reazioni ucraine più delle pretese del Cremlino, le caratteristiche dell’aggredito più dell’evidenza dell’aggressione. Si analizzano i “contesti”, si scandagliano le presunte “provocazioni”, si evocano catene causali che finiscono invariabilmente per distogliere l’obiettivo da un fatto: uno stato sovrano è stato attaccato militarmente da un vicino, che rivendica il diritto di decidere, con la forza, il destino altrui. L’elenco delle imputazioni rivolte all’Ucraina è ormai codificato. La prima: l’avvicinamento all’occidente avrebbe costituito una minaccia esistenziale per la Russia. E’ una tesi sostenuta da Vladimir Putin e rilanciata, in Italia, da commentatori come Alessandro Orsini e da editoriali che parlano di “accerchiamento della Nato”. Eppure, nessun trattato internazionale riconosce a Mosca un diritto di veto sulle scelte geopolitiche di Kyiv, soluzione che ne farebbe un protettorato, anziché una libera nazione. Chiedere all’Ucraina perché guardasse a Bruxelles o a Washington equivale a chiedere a una vittima perché non sia rimasta nella stanza dove l’aggressore voleva confinarla. Seconda contestazione: la rivoluzione dell’Euromaidan come complotto occidentale. Una narrazione cara alla diplomazia russa e fatta propria, con varie sfumature, da Marco Travaglio e da una parte del sedicente pacifismo italiano. Centinaia di migliaia di ucraini scesi in piazza, tra il 2013 e il 2014, vengono ridotti a comparse di una regia esterna, come se l’aspirazione a uno stato con relazioni e standard europei non potesse nascere autonomamente dal basso. Anche qui, il riflesso è noto: negare l’autonomia della vittima serve a sminuire la violenza subita. Poi ci sono i Protocolli di Minsk, del 2014 e 2015, sottoscritti da Russia e Ucraina, con la mediazione di Francia e Germania, e spesso descritti come una promessa tradita da Kyiv. Lo ripete il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, e lo ribadiscono in coro diverse voci occidentali: se l’Ucraina avesse rispettato gli accordi, dicono, “l’operazione militare speciale” non ci sarebbe stata. E’ un’affermazione che viene accompagnata, però, da un’omissione: quegli accordi furono sistematicamente violati anche da Mosca e dai suoi proxy armati nel Donbas. Ciononostante, si fa in modo che la lente si posi quasi esclusivamente sulle inadempienze ucraine, come se potessero giustificare un’invasione su vasta scala, al posto di forme di pressione alternative. In questo caso, l’attenuante suggerita è proprio la provocazione: l’aggressore è stato indotto ad agire dalla vittima. Da ultimo, una interpretazione tra le più fortunate: il sabotaggio delle trattative da parte ucraina. E’ una visione difesa apertamente da Tucker Carlson, giornalista statunitense noto per il privilegio di intervistare Putin a Mosca, e rilanciata da vari opinionisti italiani: se la guerra continua, è perché Kyiv non vuole trattare. Si tace, però, della ripetuta indisponibilità russa a negoziati che non prevedessero una resa ucraina pressoché incondizionata. Perfino oggi, dopo quattro anni in cui le forze armate della Federazione non sono riuscite a conseguire gli obiettivi iniziali, il Cremlino insiste su condizioni unilaterali, accompagnate da attacchi su infrastrutture civili. Ma l’interrogativo morale resta a senso unico. Nel dibattito italiano, d’altra parte, alcuni fatti ricevono un’attenzione sorprendentemente modesta. Ben prima di questo conflitto, la Russia aveva attaccato la Georgia nel 2008 e annesso la Crimea nel 2014, senza provocare alcuna reazione militare occidentale. Aveva esercitato, per anni, un’influenza profonda sulla politica di Kyiv, sostenendo leader filorussi come Viktor Yanukovich e penetrando apparati economici e di sicurezza, a dispetto delle accuse di ingerenza che avrebbe poi mosso ad altri. Continua, per giunta, a colpire la popolazione civile, a Kyiv come a Dnipro, respingendo ogni principio che non sia l’accettazione del fatto compiuto. Ma pure questi aspetti, solidamente documentati, pesano meno delle congetture sulle “responsabilità” dell’aggredito. Malgrado ciò, fuori dalle bolle mediatiche, il sentimento di giustizia trova altre forme di espressione. L’entusiasmo che ha accompagnato il passaggio della squadra ucraina alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano Cortina, il 6 febbraio scorso, lo ha ricordato con una semplicità disarmante: quando l’ingiustizia è così manifesta, la maggioranza delle persone sa ancora da che parte stare. Non chiede alla vittima se portasse o meno la minigonna.
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