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Trentini racconta la prigione venezuelana: "Non hanno rispetto della dignità della persona"
Oggi 02-02-26, 10:11
“La cella Rodeo 1 – ma ne ho cambiate molte – erano tutte due metri per quattro con una turca che faceva anche da doccia, eravamo in due in cella. I cambi di cella non erano mai giustificati, come nessun’altra azione del resto: venivano, ti dicevano di vestirti, di prendere le tue poche cose e ti cambiavano di cella. Le condizioni di prigionia erano molto molto dure". Lo ha raccontato Alberto Trentini da Fabio Fazio, nella trasmissione "Che tempo che fa". Trattenuto arbitrariamente dal regime di Nicolas Maduro, l'operatore umanitario è stato liberato il 12 gennaio dopo 420 giorni di detenzione nelle carceri venezuelane. "Avevamo l’acqua per farci la doccia e per la latrina due volte al giorno, a orari sempre differenti", ha detto e "non c’era nessuna opportunità di svago, pochissimi libri. Mi avevano sequestrato gli occhiali quindi ero in difficoltà". La prima fase della detenzione vissuta dall'italiano è stata di disorientamento, non avendo potuto neanche chiamare i genitori per i primi 6 mesi di prigionia. Una fase che lo ha costretto insieme ai compagni di cella a immaginare "trattative" o "teorie" che poi non si sono mai verificate: "In una situazione come questa - ha spiegato - si prova, più che stupore, disperazione, perché non sai per cosa verrai scambiato, quando verrai scambiato, se la trattativa funzionerà…Ci illudevamo che anche se eravamo pedine di scambio, sarebbero stati scambi veloci, ma erano tutte illusioni nostre, che ci creavamo da soli". Trentini ha poi raccontato dell'inquietante interrogatorio, o come lo definisce lui stesso la "macchina della verità", al quale è dovuto sottostare. "Mi hanno trasportato in una bella casa di Caracas dove sono stato delle ore in attesa, poi mi hanno portato in una stanza molto calda, dove il funzionario mi ha spiegato il funzionamento, mi ha cominciato a fare delle domande insistendo molto sul terrorismo, sullo spionaggio, sul fatto che sono laureato in storia ha provato a dirmi che il servizio militare in italia è obbligatorio quindi sicuramente lo avevo fatto, io gli ho spiegato che non è più obbligatorio… Abbiamo avuto un dialogo a volte cordiale a volte meno e poi è iniziata questa sessione con la macchina della verità". Un colloquio serrato con 12 domande, suddivise in tre gruppi da quattro e con l'obiettivo di incriminare l'interrogato: "'Sei venuto in Venezuela per rovesciare il regime?' e poi c’è una domanda alla quale devi mentire e lo concordi con l’intervistatore, per esempio: 'Hai mai litigato con tuo padre?' e io dovevo dire 'No'. Io gli ho chiesto se poteva farmi domande meno ovvie. E in sostanza faceva di tutto per farmi sbagliare, e poi era molto caldo, sudavo, hai dei sensori ai polpastrelli e sul collo…Poi borbottavano tra loro facendosi sentire per innervosirmi. Quello che facevano era giustificare ai miei occhi o a quelli del sistema la mia detenzione”. Poi le punizioni, incentrate soprattutto verso chi ha scelto di fare scioperi della fame. Per l'operatore italiano questa "era proprio una loro fissazione. Chi è stato mandato al famoso quarto piso, cioè al quarto piano dove c'erano delle celle simili alle nostre ma venivi obbligato a entrarci nudo, ammanettato e rimanere lì per giorni a dormire per terra. Questa era la punizione più frequente. Altrimenti molte persone sono state intubate, nel senso che sono state nutrite forzatamente attraverso l'esofago. Chi ho visto uscire da questo trattamento l'ho visto traumatizzato, non era la stessa persona almeno per i primi giorni. Molto molto duro”. Infine "La Pesera", che in italiano significa acquario, "era una stanza con un vetro, dove tu non vedi quello che succede fuori, però quelli che sono fuori vedono te. E in questa stanza sono rimasto 10 giorni - ha detto Trentini - è situata nel quartiere generale del controspionaggio militare". Un trattamento che gli è stato riservato prima dell'entrata nella cella Rodeo, forse il più duro e impattante. "Cosa si fa in questa vasca? Niente, si sta seduti immobili tutto il giorno su una sedia dalle 6 di mattina alle 9 di sera. Riesci a sussurrare anche qualcosa, ma se ti sentono si arrabbiano. Con l'aria condizionata al massimo. Ti danno un cibo tre volte al giorno, poco in questo caso, un po' d'acqua e la maggior parte del tempo si occupa facendo i turni per andare in bagno, perché la stanza era dotata solamente di un bagno". Ma l'aspetto più impegnativo è stato l'aumento del numero di persone all'interno della stanza, che assicurava condizioni durissime: "Lì quando sono arrivato eravamo in 20, quando me ne sono andato eravamo in 60. E praticamente non c'era spazio per stare seduti. Sono stato lì 10 giorni, poi mi hanno trasferito al Rodeo. È crudeltà, però secondo me non hanno proprio le nozioni basiche rispetto ai diritti, rispetto alla dignità della persona, perché sembrava che fosse naturale per loro, non lo vivevano come una punizione per noi. Sei qui e quindi stai nella Pesera. Non ho altro posto dove metterti”.
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