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Dal vino all'olio ai farmaci: ecco chi paga il conto dei dazi
Ieri 04-04-25, 07:29
Chissà se Donald Trump avrà piacere di andare al supermercato e pagare il buon made in Italy quasi il doppio del prezzo attuale. Non che alle imprese italiane sia andata meglio: se esportare negli Stati Uniti costa di più, vuol dire che da qualche parte i soldi per pagare le tariffe maggiorate alla dogana bisogna prenderli: magari aumentando i prezzi sullo scaffale, anche in Italia. Nel gioco a perdere dei dazi, per il sistema industriale e produttivo italiano c'è da farsi insomma male. E anche per i consumatori. Un esempio? Prendendo i dati della Coldiretti, è di 1,6 miliardi di euro il costo che graverebbe sui consumatori americani con l'introduzione del dazio al 20% su tutti i prodotti agroalimentari Made in Italy, annunciato dal presidente Donald Trump, con un calo delle vendite che danneggerà le imprese italiane, oltre ad incrementare il fenomeno dell'italian sounding. A ciò va poi aggiunto il danno in termini di deprezzamento delle produzioni, da calcolare filiera per filiera, legato all'eccesso di offerta senza sbocchi in altri mercati. Senza dimenticare l'aumento dei costi di stoccaggio, tanto più sensibili se legati alla deperibilità del prodotto. E se c'è un simbolo del made in Italy, quello è proprio il vino. E anche qui sarebbero dolori. Con i sanguinosi dazi americani al 20% il mercato, rosso, bianco o bollicine che sia, dovrà tagliare i propri ricavi di 323 milioni di euro all'anno, pena l'uscita dal mercato per buona parte delle produzioni tricolori. Il mercato americano è poi anche il primo per l'esportazione di olio di oliva, altro emblema della buona tavola all'italiana, con il 34% sul totale dell'export mondiale. Circa 1 miliardo di euro negli Usa, rispetto ai 3 miliardi di valore per le spedizioni di olio in tutto il mondo: una crescita del 158% negli ultimi 10 anni, dopo aver superato l'iniziale diffidenza del consumatore americano. E si rischia grosso anche, ha ricordato la Cia, la Confederazione degli agricoltori, pasta (1 miliardo) e formaggi (550 milioni). Anche al Centro studi di Confindustria hanno cominciato a fare i conti. Segnalando che i settori dove le esportazioni americane pesano di più sono quelli delle bevande (negli Usa il 39% dell'export extra Ue), gli autoveicoli (30,7%), gli altri mezzi di trasporto (34%) e la farmaceutica (30,7%). Secondo la Svimez, i soli agroalimentare, farmaceutico e chimica, rischiano una perdita delle esportazioni tra il 13,5 e il 16,4%. Moda e mobili si difenderebbero meglio, e andrebbero incontro a un -2,6%. E ce ne è anche per lo shipping. Con i nuovi dazi statunitensi si stimano, secondo Confitarma, possibili impatti fino a 52 miliardi di sovraccosti per il settore. Non è finita. Spostando l'attenzione sui posti di lavoro messi a rischio dalla stretta tariffaria di Trump, stando ai calcoli di Confartigianato, con i dazi Usa sono a rischio 33 mila addetti nella filiera delle imprese manifatturiere impegnate nelle attività di export negli Stati Uniti. In particolare, le micro e piccole aziende, che esportano negli Usa prodotti per un valore di 17,9 miliardi, rischiano la perdita di 13 mila occupati. Nel complesso, secondo Prometeia, il possibile costo per l'economia italiana si aggirerebbe tra i 4 e i 7 miliardi di euro. E pensare che Trump ha fatto del male anche alle stesse aziende americane: la rappresaglia commerciale scatenata dal presidente degli Stati Uniti ha avuto, tra i suoi effetti immediati, anche quello di deprimere i titoli dei Magnifici 7. Da Apple a Nvidia e Alphabet (Google), le big tech hanno perso miliardi in Borsa. A questo punto la domanda è: che fare? Negoziare? Rispondere per le rime? C'è chi preme per la soluzione del dialogo, come Confcommercio. «La strategia di risposta europea non può che incardinarsi su alcuni precisi pilastri. Negoziazione ferma ma ragionevole con la controparte, politica monetaria espansiva, intensificazione dei processi di riduzione della burocrazia interna e per rendere più coesa l'Europa in termini di unione bancaria e mercato dei capitali, per fare confluire l'eccesso di risparmio verso investimenti che la rendano più competitiva».
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