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Dazi, cosa accadrà al vino italiano. L'intervista a Livio Buffo fondatore di oscarwine
Ieri 03-04-25, 13:16
Donald Trump l'ha chiamata “la nostra dichiarazione di indipendenza economica", il resto del mondo la vede come l'inizio di una guerra commerciale. Nel mirino anche il mondo del vino italiano che rischia grosso, con potenziali perdite non solo in termini di fatturato ma anche di posti di lavoro. Livio Buffo, fondatore di oscarwine, conferma a Il Tempo non solo questa analisi ma anche altri pericoli: “Il presidente Trump aveva promesso i dazi durante la campagna elettorale, bisognava dialogare subito con gli Stati Uniti, non pensare a una spacconata del Tycoon o aspettare che le tariffe doganali venissero quantificate. L'atteggiamento UE verso il nuovo inquilino della Casa Bianca è stato sempre ostile.” Ora cosa accadrà al vino italiano? “Il colpo al nostro export potrebbe essere durissimo. Gli Stati Uniti sono il primo consumatore di vino italiano, secondo dati UIV parliamo di quasi 2 di euro di fatturato su un totale di 8 miliardi di esportazioni. I vini di fascia alta probabilmente non usciranno con le ossa rotte da questa situazione ma lo stesso non si può dire per altre referenze che andando su scaffale a prezzi medio bassi vedranno schizzare la battuta verso l'alto.” Questo cosa potrebbe comportare? “I produttori di vino di altri paesi, colpiti meno violentemente dai dazi, approfitteranno di questo vantaggio togliendo quote di mercato ai nostri vini. Possiamo ripeterci quanto vogliamo il mantra del Made in Italy e della qualità ma la gente guarda al portafogli e, pensando alla “cultura” enogastronomica statunitense non credo che oltreoceano ci metteranno molto a passare da uno Chardonnay italiano a quello di un altro paese, tanto per citare un vino. C'è anche la questione dei falsi e dell'italian sounding che, proprio per questo discorso di cultura, potrebbero essere favoriti dai nuovi prezzi.” Recentemente lei ha parlato del peso della comunità italiana in questo braccio di ferro. “Gli italiani d'America, come avete evidenziato sul vostro giornale durante le elezioni statunitensi, hanno contribuito fortemente al ritorno di Trump alla Casa Bianca. È evidente che tra i maggiori consumatori dei nostri prodotti ci siano loro. Se prima una vaschetta di parmigiano e una mozzarella costavano rispettivamente 12 e 10 dollari, quando dovranno pagare adesso i nostri connazionali? E per il vino? Il tutto quando andiamo verso la Pasqua che rappresenta, assieme al Natale, uno dei momenti più importanti per gli italiani a tavola e per il nostro comparto agroalimentare. Non penso la prenderanno bene.” E quindi? “Speriamo che il loro malumore e le pressioni del Governo Meloni, il più vicino tra quelli europei a Trump, permetta di modificare questa situazione.” L'Europa, intanto, si è detta pronta a reagire. “Veramente si è detta pronta a negoziare e certe affermazioni fanno sorridere. Il vecchio continente è stato alla finestra per mesi, sapendo cosa sarebbe accaduto: non parliamo di una minaccia ma di una promessa. Tutti ad aspettare il capodanno dei dazi trumpiano: puntuale è arrivata la sberla e molte delle nostre bottiglie rimarranno invendute e non faranno il botto. In ogni caso, ricordiamoci che la nostra Europa, alla quale ci affidiamo con tanto trasporto, in più di un'occasione ha fatto lo sgambetto all'agroalimentare italiano e che c'è sempre la questione degli health warning irlandesi, un'altra vergogna continentale.” A proposito di health warning, ne parlerete l'8 aprile a Vinitaly. “Sì, abbiamo organizzato una tavola rotonda con il vicepresidente del senato Gian Marco Centinaio e con la Fivi. Gli avvisi sanitari sulle etichette delle bottiglie di vino e l'ondata salutistica che sta demonizzando il settore sono i pericoli in casa di cui parlavo, fuoco amico. Ne parliamo da tre anni ma, come accaduto per i dazi di Trump, mi sembra che le reazioni siano troppo timide.”
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