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Di Pietro difende Le Pen: “Se questo è il reato arrestateci tutti. È allucinante”
Ieri 02-04-25, 08:03
«Se Marine Le Pen è stata condannata per i motivi che ho letto allora siamo tutti colpevoli, allora arrestateci tutti»: Antonio Di Pietro, il simbolo di mani pulite è quasi sgomento per quanto è avvenuto in Francia. In una Montecitorio in cui la sentenza ha fatto scalpore e ha riproposto le ombre di una giustizia che interferisce con la politica al punto da far tornare la nostalgia per l'immunità parlamentare, l'ex magistrato più famoso d'Italia non nasconde per usare un eufemismo le sue perplessità. «La storia dell'ineleggibilità decisa con il primo grado di giudizio - spiega - è allucinante. E poi per cosa?! Io sono stato parlamentare europeo ed è impossibile tracciare un confine sul lavoro che chiedi di fare ai tuoi collaboratori per il parlamento di Bruxelles e quello per l'attività politica nel Paese di provenienza. Alla fine quel giudice francese ha fatto un piacere alla Le Pen: se non potrà candidarsi questa sentenza farà vincere sicuramente uno dei suoi». A sentirlo parlare Di Pietro sembra un'altra persona rispetto a quello che indossava la toga. Alla Camera gli avvenimenti francesi hanno rintrodotto il tema dell'immunità parlamentare e lui non si scandalizza. Anzi. «Ora, però, - è il suo consiglio - sarebbe meglio non creare casini. L'importante è portare a casa la separazione delle carriere tra giudici e Pm. Non tanto per la separazione in sé, di cui ai miei ex-colleghi in realtà frega niente, quanto per l'Alta Corte disciplinare e il sorteggio dei due Csm, cioè i punti della riforma che gli danno davvero fastidio». Era ovvio che il "caso francese” avrebbe rinfocolato temi come lo scontro tra politica e giustizia o come l'uso politico dei processi, capitoli che hanno cadenzato la Storia recente del nostro Paese. Tutta la maggioranza di governo ne ha parlato anche se con toni diversi: Matteo Salvini ha attaccato i burocrati di Bruxelles che secondo lui sarebbero i mandanti; mentre Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno rimarcato di “non aver gioito” per quella condanna. Solo che quando parli di scontro tra politica e magistratura, direttamente o meno, finisci per demolire il tabù che per anni ha vietato di parlare di immunità parlamentare nei Palazzi. L'argomento irrompe nel dibattito quasi naturalmente. Anche perché nessuno rifiuta più a priori - a parte pezzi della sinistra e i 5stelle - il ritorno alle norme della vecchia Costituzione che la prevedevano (fu voluta da Palmiro Togliatti in persona). Quello che manca semmai è il coraggio. «Tutti vorrebbero l'immunità - confida il presidente della commissione affari istituzionali della Camera, Nazario Pagano - ma tutti hanno paura a tirarla fuori». «Con quello che è successo alla Le Pen come fai a non pensarci - si sfoga Manlio Messina di Fratelli d'Italia - solo che manca il coraggio. Io presenterei pure una proposta del genere, sarebbe il momento visto che la magistratura ha toccato il suo punto più basso, ma se lo faccio mi cacciano. Avrei bisogno di un'immunità di partito». Ogni volta però che la cronaca riporta in auge lo scontro tra i due poteri - in Italia come all'estero - lo spettro o lo spirito, a seconda dei punti di vista, dell'immunità torna ad aleggiare sul Parlamento. «Certo che di fronte alla follia di una sentenza che condanna all'ineleggibilità la Le Pen in primo grado - si arrabbia il sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro - viene spontaneo pensarci. Io sarei d'accordo. Se avessimo introdotto una norma simile non avremmo neppure dovuto fare la separazione delle carriere visto che la questione si pone soprattutto quando ci sono casi in cui la magistratura invade il terreno della politica. Ora però non si può aggiungere altra carne al fuoco. Si rischia di non fare niente. Se la separazione delle carriere è la battaglia finale, è la stangata che bisogna dargli, allora va condotta in porto». Già, al punto cui sono giunte le cose non si può tornare indietro, né è il momento distrazioni. Il tema sarà tenuto in caldo e sarà tirato fuori ogni volta che lo scontro tra i due Poteri tornerà a farsi sentire per un'inchiesta che lambirà le prerogative della politica in Italia o per un altro caso Le Pen. Sentiremo ancora il leghista Borghi riproporla, o il ministro della Difesa Crosetto dissertarne in tono accademico. E magari a qualcuno verrà in mente che sarebbe stato più semplice rintrodurre una norma della Costituzione cancellata negli anni di tangentopoli da una classe politica impaurita e ignava che non dar vita a mille riforme. «Le cose più semplici - ammette il vicepresidente della Camera Mulè - sono le più difficili quando non c'è coraggio».
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