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Il governo e gli 007 chiesero aiuto per liberare Moro: Londra rispose, gli Usa no
17-03-2025, 11:46
L'aiuto per liberare Aldo Moro l'Italia lo chiede subito. Agli inglesi e agli americani. Il 16 marzo 1978, qualche ora dopo il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana e dall'assassinio dei cinque uomini della scorta un telegramma segretissimo, inviato in copia a Downing Street, riporta che «Squillante, capo di gabinetto di Cossiga (ministro dell'Interno) ha telefonato a McMillan (Primo segretario) per cercare la garanzia che l'aiuto richiesto potrebbe essere imminente provvedendo all'assistenza tecnica in relazione al rapimento del signor Moro». Un altro telex viene spedito dal Cesis alla Cia. Negli alleati della Nato si cerca sostegno ma anche informazioni di intelligence che possano portare alla scoperta dei sequestratori e del luogo dove viene tenuto prigioniero Moro. Londra risponde subito e assicura l'invio di esperti antiterrorismo. Washington tentenna. I documenti desecretati parlano chiaro. Nelle cartelle custodite nell'archivio di Stato del Regno Unito è raccolta la corrispondenza tra il Viminale e il governo britannico. Contrassegnata con la fascetta «secret». Quarantasette anni dopo la strage di via Fani di segreti ce ne sono ancora molti. Nonostante un milione di pagine di carte processuali, relazioni delle commissioni d'inchiesta del parlamento, informative di polizia, carabinieri e 007 di ogni ordine e grado. E dietro, l'ombra di poteri internazionali che volevano impedire l'ingresso del Pci di Enrico Berlinguer al governo che Moro stava preparando. Nel cablogramma protocollato il 17 marzo l'aiuto richiesto fa riferimento a quanto detto dall'ammiraglio Marcello Celio, vicecapo di Stato maggiore della Marina e membro del Comitato per la ricerca e la liberazione di Moro. «Gli italiani - scrive l'ambasciatore britannico Alan Campbell - sarebbero grati se potessimo rendere subito disponibile un istruttore del Sas con esperienza ad affrontare una situazione di assedio». Lo Special Air Service è un corpo d'élite dell'esercito specializzato in operazioni anti-terrorismo. Gli inglesi rispondono che possono inviare «due uomini del Sas e venti granate stordenti». Con l'obiettivo di cogliere di sorpresa le Brigate Rosse, che nel frattempo hanno rivendicato il rapimento. Negli Stati Uniti il direttore della Cia Stansfield Turner e i consulenti legali del Pentagono discutono per due settimane. Poi respingono la richiesta italiana. A frenare gli Usa, come raccontano i documenti declassificati dal Pentagono, c'è l'emendamento al Foreign Assistance Act, che proibisce l'uso di fondi per sostenere forze di polizia straniere. All'agenzia è permesso rispondere solo al terrorismo internazionale e in quel momento e le Brigate Rosse sono considerate un gruppo armato esclusivamente italiano. In ogni caso un'operazione sotto copertura all'estero va riferita al Congresso e autorizzata dal presidente. Jimmy Carter non dà corso. I «nostri» servizi segreti chiedono apparecchiature per intercettazioni che potrebbero essere decisive ma non arriveranno mai. Il Dipartimento di Stato invia invece lo psichiatra Steve Pieczenik, figura controversa che parteciperà alle riunioni del Comitato di crisi istituito dal ministero dell'Interno e trent'anni dopo in un libro-intervista confesserà: «La decisione di far uccidere Moro non venne presa alla leggera. Ne discutemmo a lungo, perché a nessuno piace sacrificare delle vite. Con la sua morte impedimmo a Berlinguer di arrivare al potere e di evitare così la destabilizzazione dell'Italia e dell'Europa».
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