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Ristorante cinese. Non solo Electrolux, Pechino invade i nostri mercati poi compra e svende
Oggi 14-05-26, 07:36
Il caso Electrolux, con 1700 occupati messi praticamene alla porta e la chiusura dello stabilimento di Cerretto d'Esi in provincia di Ancona, è solo l'ultimo di una serie di eventi che dovrebbero far alzare il livello di attenzione sul rischio che il manifatturiero dell'intera Europa vada presto in default. Il menù al ristorante cinese è servito. Ma gli ospiti europei rischiano di pagare un conto salato. Qualcuno tra i sindacalisti adombra un piano preciso. La multinazionale scandinava ha concluso un accordo negli Usa con la cinese Midea per il mercato nordamericano, poi ha chiuso velocemente un sito in Ungheria e uno in Cile, e l'addio all'Italia potrebbe essere il preludio per lasciare il campo a Pechino che, nell'industria del bianco, è ormai leader unendo costi bassi e alta tecnologia. Dal tavolo di crisi, aperto immediatamente, l'azienda ha escluso questa eventualità. Ma l'allarme resta. Pechino, infatti, non ha più bisogno di acquisire imprese occidentali per copiare tecnologia e ottenere brevetti. No, la strategia è più sottile e con un altro obiettivo: conquistare quote di mercato. Dunque nel mirino del Dragone non sono tanto gli impianti sic et simpliciter (quelli si possono chiudere o sottodimensionare) quanto la possibilità di creare canali privilegiati ai suoi prodotti nei mercati occidentali. Dove la stagnazione dei consumi e dei redditi rende allettante l'acquisto a prezzi scontati. Punto sul quale non c'è competizione. La comparazione dei costi in alcuni comparti è una sfida persa. Lavastoviglie, frigoriferi, elettrodomestici ma anche televisori e auto non hanno rivali sul fronte dei prezzi con gli omologhi europei. Insomma la minaccia cinese resta insidiosa, strisciante e figlia della cultura e degli insegnamenti di Sun Tzu, teorico e autore dell'Arte della guerra, che insegnava al comandante di un esercito a vincere sfruttando le debolezze del nemico. Già, oltre all'attivismo per conquistare basi produttive nella Ue, è l'ignavia dei decisori di Bruxelles a favorire l'apertura delle porte delle piattaforme produttive in Europa. Che sia voluto, o frutto dell'ottuso radicalismo verde, sono proprio alcune norme del Green Deal a fornire il grimaldello ai cinesi per portarsi a casa bocconi prelibati. E, come nel gioco dell'oca, si torna alla casella di partenza. Quella di Electrolux. Il caso di specie è emerso anche a quel tavolo di crisi dove uno dei punti contestati è stata la tassa Cbam, acronimo di Carbon border adjustment mechanism, che aggiunge un balzello ai componenti industriali importati da nazioni extra Ue per compensare le emissioni di Co2 generate dove sono stati prodotti. Nobile fine. Ma così l'azienda scandinava paga un extra costo quando importa pezzi per i suoi prodotti proprio dalla Cina e che, ovviamente, viene incorporato nel cartellino di vendita finale rendendo ancora più caro il bene. La stessa imposta però non si applica se la merce è assemblata integralmente fuori di confini europei e poi importato in uno stato membro. Un disallineamento tariffario che colpisce chi produce da noi e lascia indenne chi costruisce fuori. Solo un esempio del tafazzismo europeo che si arricchisce anche della trappola degli Ets (Emissions trading system). Il meccanismo che finanzia la transizione energetica basato su un concetto semplice: chi inquina di più, paga di più. Peccato che questi contributi per i grandi gruppi energivori siano una zavorra nella composizione dei prezzi di vendita. Risultato: produrre nella verde Europa è un salasso con buona pace della competitività. PREZZI IRRAGGIUNGIBILI L'invasione dei prodotti con gli occhi a mandorla non si ferma. È un fenomeno conosciuto da tempo. Problema segnalato, dunque, ma la medicina per contrastarlo non è stata mai sufficientemente efficace. Sono passati più di venti anni dai primi allarmi recentemente risegnalati anche dalla Banca centrale europea con un rapporto sull'impatto dell'ascesa industriale della Cina nell'area euro. Secondo Eurotower, gli effetti positivi della Cina sul Pil a breve termine «non tengono conto dei rischi di lungo termine, come il potenziale effetto di una sostituzione nella produzione e altri rischi strutturali e vulnerabilità strategiche». Alla ricchezza immediata, cioè, si contrappone il possibile asservimento dell'Europa alle logiche di potere di Pechino. L'insidia oggi è ancora più pericolosa. Rispetto ai primi anni 2000, le importazioni dell'area dalla Cina hanno registrato recentemente una crescita più marcata nei settori manifatturieri avanzati (come l'elettronica e l'automotive) rispetto ai settori manifatturieri tradizionali (come il tessile e l'arredamento) e nei prodotti intermedi anziché finali. Il mirino si sta alzando e rosicchia fasce di gamma più elevata. PIRELLI E FERRETTI Volendo citare degli esempi, sono due i casi eccellenti di investimenti cinesi in Italia dal calibro industriale decisamente grosso. E tutti e due potrebbero costare molto caro alle aziende che hanno abbracciato i capitali del Dragone. Si prenda il caso di Pirelli. Da quando, undici anni or sono, il colosso della chimica Sinochem ha preso il controllo della Bicocca, per il gruppo degli pneumatici sono cominciati una serie di problemi. L'ultimo dei quali porta dritto al mercato americano, che vale su per giù un quinto dei ricavi della Bicocca. Pochi mesi fa, infatti, sono entrate in vigore le nuove regole negli Stati Uniti, finalizzate a impedire il commercio di prodotti legati all'industria dell'auto Usa da parte di aziende partecipate in forze da società cinesi. Pirelli era tra queste. Con la presenza di Sinochem, azionista al 34%, il gruppo milanese non avrebbe più potuto vendere le cosiddette gomme intelligenti, che interagiscono con la meccanica dell'auto grazie a una tecnologia di ultima generazione, detta city tyre, ai costruttori americani. Questo sarebbe stato come tagliare le gambe a Pirelli. Il governo, però, è intervenuto in seguito al sostanziale fallimento delle trattative tra azionisti cinesi e la Camfin di Marco Tronchetti Provera, neutralizzando i soci di maggioranza e i loro rappresentanti nel board per mezzo della normativa golden power: Sinochem potrà proporre nella prossima assemblea solo una lista con massimo tre candidati per il consiglio (su 15 membri). E se eletti, i rappresentanti cinesi non potranno comunque ricoprire ruoli chiave come presidente, vicepresidente o ceo, né presiedere comitati, né ottenere deleghe gestionali o poteri su strategie industriali e finanziarie. Pericolo scampato insomma. Altra storia Ferretti, oggi di proprietà del gruppo industriale cinese (ma con interessi nel settore militare e tecnologico) Weichai. Proprio oggi è in programma l'assemblea dei soci del cantiere bolognese, che potrebbe sancire il ribaltone con la vittoria di una lista di chiara ispirazione occidentale. Anche in questo caso, però, il governo è pronto a intervenire con il golden power, consapevole che la presenza di un socio cinese con interessi nel campo della tecnologia e militare in Ferretti potrebbe rappresentare potenziali minacce per la sicurezza nazionale. Non solo. Le intenzioni degli investitori del Dragone sono spesso poco amichevoli anche verso le piccole aziende dall'alto potenziale tecnologico. Non è certo un mistero che gli investimenti battenti bandiera cinese hanno una natura più predatoria che altro: arrivano, comprano, acquisiscono know how e segreti industriali e portano tutto in patria. Anche per questo il governo e il Parlamento si muovono e a giorni il Copasir, sotto la guida di Lorenzo Guerini, avvierà una nuova indagine conoscitiva, per avere contezza della penetrazione di Pechino in Italia. Al ristorante cinese del made in Italy il piatto non è ancora servito.
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