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Strage di Sinnai, 33 anni da innocente per Zuncheddu: il clamoroso errore giudiziario che sconvolse l'Italia
Oggi 29-08-25, 10:27
Il più incredibile errore giudiziario italiano e, allo stesso tempo, un caso che oggi resta irrisolto. È la strage di Sinnai, ovvero l'omicidio di tre pastori avvenuto in provincia di Cagliari l'8 gennaio 1991. Per il triplice omicidio fu condannato in via definitiva all'ergastolo Beniamino Zuncheddu, indicato dall'unico sopravvissuto e testimone come l'autore del raid. Dopo 32 anni di carcere, il 26 gennaio 2024, Zuncheddu è stato assolto in seguito alla revisione del processo. Nel frattempo, però, oltre metà della sua vita è trascorsa in cella, da innocente. Tutto parte nella giornata di martedì 8 gennaio 1991, quando tre persone furono uccise a colpi di fucile da un uomo che, giunto in un ovile a bordo di una Vespa, assaltò gli uomini e sparò all'impazzata. Rimasero uccisi Gesuino Fadda, 56 anni, suo figlio Giuseppe, 24 anni, proprietari di quell'ovile, e il loro dipendente Ignazio Pusceddu, 55 anni. Il genero di Gesuino Fadda, Luigi Pinna, di 29 anni, rimase invece gravemente ferito. Fu proprio la sua testimonianza ad inchiodare Zuncheddu, all'epoca 26enne di Burcei, anche lui allevatore. In effetti, tra le famiglie Fadda e Zuncheddu si erano verificati contrasti anche aspri nel corso degli anni, sfociati nell'uccisione di bestiame a vicenda. Una possibile faida tra famiglie rivali, dunque, poteva aver scatenato quel raid a fucilate. La testimonianza di Pinna, però, non era stata genuina e risultava condizionata già in fase di indagine preliminare. Ciò è emerso solo dopo 32 anni, nel corso del processo di revisione richiesto dalla difesa di Zuncheddu, che ha portato alla clamorosa assoluzione. Probabilmente Pinna si era fatto influenzare da un poliziotto che, prima di raccogliere le dichiarazioni nel suo interrogatorio, gli aveva mostrato alcune foto, tra cui proprio quella del pastore rivale. A quel punto, l'errore giudiziario era confezionato e l'innocente fu prima arrestato, poi condannato all'ergastolo dalla Corte d'Assise di Cagliari già nel processo di primo grado chiuso a novembre 1991, sentenza poi divenuta definitiva. Con la pena ormai scontata del tutto, la difesa di Zuncheddu è finalmente riuscita a dimostrare ciò che aveva sostenuto per anni: Luigi Pinna fu “imbeccato” nel suo riconoscimento, visto che inizialmente il ferito dichiarò di non ricordare l'aggressore, per poi in seguito cambiare versione e dare la colpa a Beniamino Zuncheddu. Il 14 novembre 2023 si è svolta l'udienza decisiva, con il confronto tra il sopravvissuto Luigi Pinna e l'agente di polizia Mario Uda. Le dichiarazioni di Pinna hanno confermato la versione della difesa: a mostrare la foto a Pinna fu l'agente di polizia, mentre quest'ultimo ha negato l'accaduto. Tuttavia, la testimonianza ha convinto i giudici del clamoroso errore giudiziario: dieci giorni dopo fu concessa la libertà all'innocente Beniamino Zuncheddu, poi assolto in via definitiva due mesi più tardi. Oggi, sessantenne, la sua vicenda rappresenta l'errore giudiziario che ha causato la detenzione da innocente più lunga nella storia italiana, mentre il triplice omicidio resta un caso irrisolto. Graziella Mansi, il delitto che sconvolse Andria: venticinque anni dopo, la ferita è ancora aperta Attirata in trappola, violentata, seviziata, stordita, bruciata viva. Una morte orribile, quella della piccola Graziella Mansi, la bambina di 8 anni uccisa da un branco di neomaggiorenni in un bosco nei pressi di Castel del Monte, località alla periferia di Andria, la sera del 19 agosto 2000. Un delitto efferato e inspiegabile, per il quale furono condannati cinque giovani pugliesi. Tra questi, Pasquale Tortora, oggi 45enne, il primo a confessare la terribile vicenda, indicando i suoi complici. A distanza di 24 anni dall'omicidio e dopo aver scontato interamente la pena, Tortora è tornato libero da circa un anno, unico imputato ad aver scelto il rito abbreviato e ad ottenuto una condanna definitiva a 30 anni di carcere. Gli altri quattro imputati scelsero il processo in Corte d'Assise e furono condannati all'ergastolo: Giuseppe Di Bari, Vincenzo Coratella (che si suicidò in carcere il 14 dicembre 2008), Domenico Margiotta e Michele Zagaria. Graziella era figlia e nipote di un venditore ambulante di frutta secca e di una casalinga. La sera del 19 agosto di 25 anni fa, la piccola fu sequestrata ai piedi di Castel del Monte, mentre riempiva una bottiglia d'acqua a una fontanella pubblica. Era in compagnia del nonno alla bancarella di frutta secca, quando si allontanò per andare a riempire l'acqua e non tornò mai indietro. Ad adescarla fu proprio Tortora, che condusse la piccola nel bosco vicino col pretesto di farle vedere alcuni cuccioli. Qui, secondo quanto accertato nel processo, la bambina fu presa in consegna dagli altri imputati che tentarono prima di violentarla e poi la bruciarono viva su un tappeto di foglie secche dopo che aveva perso i sensi. Non vedendola tornare, dopo circa mezz'ora scattarono le ricerche. A notte fonda, i resti carbonizzati di Graziella vennero ritrovati su un letto di sterpaglie bruciacchiate nella pineta ai piedi di Castel del Monte. L'autopsia rivelò che il cadavere della bambina presentava lesioni vaginali nonostante le mutandine fossero intatte, ma soprattutto che la piccola era morta a causa delle gravi ustioni riportate sull'80% del corpo. In poche ore gli investigatori si concentrarono sul ventenne Pasquale Tortora, parcheggiatore abusivo che si presentava spesso davanti alla bancarella di Vittorio Mansi. Gli amici lo schernivano dicendogli che era “innamorato” di Graziella, perché spesso si fermava a guardarla, anche se fino a quel momento senza mai destare preoccupazione. Durante l'interrogatorio, sotto torchio per ore, Tortora confessò agli inquirenti “mi piaceva, era bella”, fino ad ammettere la sua responsabilità per il terribile omicidio. A quel punto, fece anche i nomi dei suoi complici, tutti giovanissimi tra i 18 e i 20 anni. Solo due di loro collaborarono, confermando di aver atteso Pasquale Tortora e Graziella proprio sul luogo del ritrovamento. Dopo averla torturata e stuprata, i cinque legarono Graziella a un mucchio di sterpaglie e le diedero fuoco quando la piccola era ancora viva. Il racconto della cronaca nera e dei casi irrisolti si rinnova ogni giorno su Canale 122 – Fatti di nera, che offre un palinsesto dedicato 24 ore su 24. Per chi preferisce scegliere quando e come seguire i programmi, la piattaforma Cusanomediaplay.it mette a disposizione lo streaming on demand, garantendo un accesso flessibile e completo.
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