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Ursula capro espiatorio, e Draghi torna in ballo come alternativa salva Ue
Oggi 31-08-25, 11:30
Ursula in fuga, Draghi al pronto soccorso d'Europa. Super Mario è in tour come una rockstar, con il fiato sul collo della von der Leyen. Non negli stadi alla Vasco Rossi, ma nei salotti buoni d'Europa, dove sparge pillole di saggezza. Per Ursula, invece, l'estate è stata bestiale: scampata per un soffio alla mozione di sfiducia del Parlamento europeo, stritolata dall'abbraccio mortale di Donald Trump e ora costretta all'ennesima passerella per Kiev. Nel suo cerchio magico trapela stanchezza: problemi politici, familiari e, forse, giudiziari. Elisabetta Belloni, ex capa del Dis, l'ha capito prima di tutti, ed ha preferito il buen retiro di Monte San Savino al delizioso appartamentino a Bruxelles, con l'incubo sempre del Quirinale. Per Ursula le parole di Trump: «Il suo ruolo non è facile, deve rappresentare ventisette Stati con interessi diversi e spesso contrastanti» sono state uno schiaffo, le ha scritto un epitaffio travestito da complimento. Ma ha colto nel segno, non ci sarà mai «Unione». Il dilemma per la von der Leyen è quando staccare la spina. Fuggire dall'Ue prima di esserne travolta, magari inscenando un'uscita spettacolare sull'Ucraina, per prepararsi alla presidenza della Repubblica federale tedesca nel 2027. Promoveatur ut amoveatur. Sarebbe una sonora bocciatura, ma per lei, medico, madre di sette figli, ex ministra della Famiglia e della Difesa, potrebbe essere comunque il coronamento di una carriera in cui ha tentato di scrollarsi di dosso l'ombra dell'ingombrante padre, Ernst Albrecht, funzionario della Commissione Ue accusato di essersi circondato di ex nazisti. Il bilancio di Ursula, in un solo anno, è devastante: gestione opaca dei vaccini Pfizer, un piano di riarmo spinto a colpi di forzature bypassando il Parlamento, l'ossessione «green» che ha messo in ginocchio l'automotive tedesco trascinando giù l'economia europea. Infine un maxi-bilancio 2028-2034 da duemila miliardi che non piace a nessuno. Persino Coldiretti l'ha eretta a bersaglio con striscioniche «urlavano» la nefandezza del taglio del 20% delle risorse della Pac. Un disastro per gli agricoltori. Si aggiungono poi i dossier aperti di Ucraina, Medio Oriente, dazi. La Presidente non regge più, è diventata il perfetto parafulmine e ora valuta la fuga. Ed è qui che riappare come un pipistrello Mario Draghi, l'eterno non-candidato che tutti evocano quando Bruxelles va in apnea, alla disperata ricerca di un ruolo, stufo ormai del suo asilo forzato umbro a Città della Pieve. Non ha ancora avuto il Nobel per l'Economia, ma la sua sola presenza è una garanzia. Macron lo sponsorizza ricordando l'intesa del Trattato del Quirinale, pur temendo la sovrapposizione con le presidenziali francesi del 2027. A Berlino, nonostante vecchie frizioni con la Bundesbank, è rispettato come uomo delle istituzioni. La Casa Bianca lo appoggerebbe come argine a Mosca e a Pechino. Il feeling italiano è esploso al Meeting di Rimini, il Sanremo della politica, dove tutti applaudono senza sapere bene cosa. Draghi, insieme a Meloni, tra i più osannati. Ma l'applausometro riminese vale quanto i titoli di giornale del giorno dopo: effimeri. Andreotti ne era l'idolo e il grande sostenitore, ma nell'anno della sua scomparsa non una messa né una targa. Non a caso quella fiera del potere travestito da fede viene definita «comunione e fatturazione». Per Macron, la partenza di Ursula sarebbe una manna dal cielo: liberarsi di una presidente percepita troppo filo-atlantista e prona a Berlino. Mentre per Scholz e Merz sarebbe una sconfitta bruciante: perdere una tedesca al comando proprio con la Germania in crisi profonda. Il Ppe si ritroverebbe orfano della sua donna di punta, costretto forse a ingoiare Draghi, un indipendente, seppur atlantista pure lui. Per Draghi potrebbe invece aprirsi una maggioranza trasversale: socialisti pronti a sostenerlo pur di evitare un altro nome del Ppe, liberali spinti da Parigi, conservatori di Meloni divisi tra orgoglio e isolamento. Una convergenza più per stanchezza che per entusiasmo. Per Meloni una donna in meno al comando. Che Europa nascerebbe con Draghi? Meno ideologia green, più realismo industriale. Certezze ai mercati, metodo decisionista alla politica. Ma con un rischio: un presidente troppo grande per governi piccoli, troppo indipendente per coalizioni fragili, troppo tecnico per partiti litigiosi. In sintesi: un commissario straordinario dell'Unione. La vera questione però non è Ursula. È l'Europa stessa: Francia, Germania e Italia, il vecchio motore, oggi girano a vuoto. Berlino affoga nei conti, Parigi si specchia nella grandeur di Macron, Roma ondeggia tra sovranismo e dipendenza finanziaria. L'Est e il Sud spingono in direzioni opposte. Risultato: paralisi. De Gasperi ammoniva: «Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni». Oggi prevale il calcolo elettorale minuto, ventisette governi che scaricano colpe sulla Commissione. Ursula diventa il capro espiatorio. Draghi l'alternativa salvifica. E, lui stesso, a Rimini ha dato la sua diagnosi: «Per anni l'Unione Europea ha creduto che la sua dimensione economica portasse con sé potere geopolitico. Quest'anno sarà ricordato come l'anno in cui questa illusione è evaporata». Se Draghi arrivasse davvero a Bruxelles, riporterebbe pragmatismo e peso internazionale. Con una nota ironica: che lasci a Venezia il professore Giavazzi, già colpevole di avergli bruciato abbastanza capitale politico a Palazzo Chigi e sbarrata la strada per il Quirinale con consigli dannosi. L'Europa avrebbe bisogno di un nuovo scatto, del coraggio dei padri fondatori. Allora fu la Ceca, oggi servirebbe una Ceea, una Comunità Europea Energia e Acciaio. Non ventisette bandiere in guerra tra loro, ma un nucleo solido capace di guardare oltre i nazionalismi. Se non ritroverà quello spirito, l'Ue finirà divisa e marginale nel nuovo ordine mondiale. Gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l'India, il Giappone, persino il Brasile e l'Arabia Saudita: tutti scrivono il futuro. L'Europa invece continua a correggere bozze sul presente.
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