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"Così il Duce tentò di placare le brame di Hitler"
Ieri 02-04-25, 10:35
È andata a Maurizio Serra la seconda edizione del Premio Alberto Arbasino, che l'amministrazione comunale di Voghera dà in ricordo del grande scrittore vogherese morto cinque anni fa. Diplomatico di carriera, classe 1955, Maurizio Enrico Serra ha rappresentato l'Italia tra l'altro all'Unesco e alle organizzazioni internazionali di Ginevra, ha diretto l'Istituto diplomatico Mario Toscano del ministero degli Affari esteri e ha insegnato Storia delle relazioni internazionali alla Luiss. Soprattutto, però, ha vinto il Premio Goncourt, e dopo la morte di Simone Veil ne ha preso il posto all'Académie française. Primo italiano a ricoprire la prestigiosa carica a vita dell'istituzione culturale di Parigi, Serra è stato considerato come una personalità della cultura italiana accostabile ad Arbasino «per la sua vasta attività letteraria - che include pubblicazioni monografiche dedicate a Curzio Malaparte (Prix Gouncort Biografia 2011), Italo Svevo e Gabriele D'annunzio (Prix Chateaubriand 2018, Prix de l'Académie des Littératures 2019) - e in particolare per l'ultimo saggio Scacco alla pace. Monaco 1938 (Neri Pozza, 2024) e perla straordinaria attualità di questa riflessione, che pone a confronto la storia del XX secolo con il contesto geopolitico dei nostri giorni». È più un premio per il libro o per la carriera in generale? «Credo che sia per la carriera, ma il libro deve aver svolto un certo ruolo. Recensioni e presentazioni attestano un'accoglienza molto favorevole. In realtà il libro lo avevo iniziato prima della vicenda ucraina, ma è chiaro che questa gli ha dato una accelerazione». I suoi libri più famosi sono ritratti di intellettuali. Come mai questo ritorno alla storia pura? «In realtà, l'ho sempre coltivata. Il mio primo libro è stato sulla Francia di Vichy. Mi interessava questo momento storico perché da una parte è diventato un canone negativo del Novecento, e dall'altra parte è circondato ancora di molta superficialità interpretativa. La storiografia anglo-sassone, ad esempio, non riconosce nessun ruolo se non uno subalterno a Mussolini, che invece fu il vero attore della conferenza». Con un ruolo positivo o negativo? «Positivo, perché cercò di moderare gli appetiti di Hitler. Non gliene importava assolutamente niente della Cecoslovacchia: era un cinico e opportunista, come tutti i dittatori. Però la questione dei Sudeti veniva pochi mesi dopo l'Anschluss austriaco, che per lui era stata una sberla colossale. Quindi avallare un'ulteriore discesa di Hitler verso l'Europa centrale era contro tutti gli interessi strategici dell'Italia». Però infine Hitler si è presa tutta la Cecoslovacchia... «Dopo Monaco lui ha ancora un po' esitato. Per vedere e forse sperare - ma qui andiamo nelle ipotesi - che francesi e inglesi mostrassero un pochettino più di ardore. Ma poi ha fatto la scelta fatale e nefasta di andare verso il più forte e fare l'Asse. Però ancora l'Asse non gli ha impedito di pronunciare la non belligeranza, nel settembre del 1939. È stato solo il crollo del fronte occidentale nel 1940 a convincerlo che la guerra sarebbe stata lunga, che l'Inghilterra avrebbe chiesto l'armistizio e che lui si sarebbe dovuto sedere al tavolo dei vincitori, anche lì per mediare. In un certo senso, è sempre l'ansia di mediazione italica». Anche in un personaggio estremo come Mussolini? «Però se vai a vedere lui, pur dicendo il contrario, ha sempre applicato il modello dell'Italietta e prima ancora cavouriano, del peso determinante. Il problema è che Cavour e i suoi successori avevano avuto a che fare con Bismarck. Lui si è trovato di fronte Hitler». Questa comunque era l'eredità dei Savoia, che tra Francia e Asburgo erano usciti a mantenersi indipendenti appunto barcamenandosi. «Lui in realtà non l'ha applicata del tutto, perché poi lui all'alleanza tedesca è rimasto fedele fino a essere schiacciato. I Savoia invece il25 luglio hanno fatto l'ennesimo giro di valzer e si sono giocati il trono». Dal suo libro su Mussolini viene un ritratto un po' particolare. Né demonizzazione, né rivalutazione... «La mia posizione di modesto storico non è con i rivalutatori che sono poi dei complottisti. Ma neanche con chi lo liquida come dittatore sanguinario che fin dall'inizio vuole andare verso la guerra. Mussolini era in realtà un uomo ondivago. Molto più un politico italiano di quanto non vogliano le due vulgate». È vero che lei è più valorizzato in Francia che in Italia? «Questo non è il primo premio itlaiano che ricevo, ma si è creato un rapporto con la Francia molto stretto. D'altra parte, ho diversificato molto. Sono appena stato negli Stati Uniti per il Malaparte americano che sta andando bene, è uscito il Mussolini in Svezia». È vero che su Mussolini c'è stato un suo confronto con Scurati? «Sono io che gli chi chiesto di confrontarci. Lui non ha mai voluto, probabilmente per mancanza di tempo. L' ho però ringraziato per avere menzionato il libro di ricordi dal fronte d'Africa di mio padre. Ovviamente i nostri sono percorsi diversi. Lui fa una interpretazione narrativa, io Storia». Quale ritiene il suo libro più importante? «Sicuramente L'esteta armato. È il libro da cui sono nati tutti gli altri. Ma quelli che hanno avuto più successo sono stati gli ultimi, per avere avuto una circolazione fuori dagli ambienti specialistici. Adesso sta per uscire il mio secondo romanzo, e sabato vado a ritirare il premio del Vittoriale, visto che Giordano Bruno Guerri ha pensato bene di rimettere in auge un premio intitolato alle Faville del Maglio. Temo che dovrò tornare indietro portandomi in treno una incudine di vari chili».
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