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Società colpevole se di fronte ai crimini guarda altrove
Oggi 15-03-26, 12:41
Il caso di Jeffrey Epstein non è stato soltanto uno scandalo giudiziario. È stato anche uno specchio del rapporto problematico tra crimine, potere e silenzio. Per anni il finanziere ha frequentato ambienti dell’élite politica, economica e culturale internazionale mentre un sistema di reclutamento e sfruttamento di ragazze minorenni continuava a operare nell’ombra. Il controverso patteggiamento del 2008, che garantì a lui una pena estremamente ridotta e agli eventuali complici una sostanziale immunità, è diventato uno dei simboli di quella zona grigia in cui il potere rischia di tradursi in impunità. Dopo la sua morte in carcere nel 2019, molte domande sono rimaste senza risposta: domande sui rapporti costruiti negli anni, sulle responsabilità e sulle eventuali protezioni di cui alcuni avrebbero beneficiato. La vicenda Epstein non riguarda soltanto un singolo criminale. Ha incrinato la fiducia pubblica nella capacità delle istituzioni di perseguire gli abusi quando coinvolgono persone influenti. Per questo il suo nome è diventato il simbolo di un problema più ampio: la difficoltà di portare alla luce i crimini quando si annidano nei luoghi del potere. Il problema però non si esaurisce con l’abuso. Continua anche nel modo in cui la società lo racconta — o smette di raccontarlo. I mass media tendono a occuparsi di questi temi soprattutto nei momenti di scandalo, quando emergono nomi noti e l’indignazione diventa notizia. Con il tempo, però, l’interesse pubblico si sposta altrove. VITTIME ISOLATE Le vittime, invece, restano. Restano con il compito difficile di ricostruire la propria vita, spesso solo anni dopo e lontano dai riflettori che avevano illuminato lo scandalo. Dietro ogni nome in un fascicolo giudiziario c’è una persona che ha dovuto ricominciare da capo. Accanto alle conseguenze più evidenti dell’abuso se ne aggiunge spesso un’altra, più silenziosa ma non meno pesante: l’isolamento. Il timore di non essere creduti, la paura di essere giudicati, l’invito implicito a non riaprire certe storie. È un clima che può trasformarsi in un ulteriore danno. Perché quando una comunità minimizza o distoglie lo sguardo, anche senza volerlo finisce per lasciare sole le vittime — e questo silenzio, nel tempo, rischia di assomigliare a una forma di complicità. Per questo è importante dirlo con chiarezza: chi ha subito un abuso non può essere definito da ciò che ha subito. Non è sporco, non è “meno”. La responsabilità è sempre e soltanto di chi abusa. Ribadirlo non è retorica, ma una forma elementare di igiene morale. La giustizia deve fare il suo corso senza riguardi per il nome o il potere delle persone coinvolte. Ma esiste anche una responsabilità che non appartiene solo ai tribunali. È quella di una società che deve scegliere se voltarsi dall’altra parte o ascoltare. Perché il silenzio non protegge le vittime. Protegge soltanto chi abusa. E ogni volta che il silenzio prevale, l’ingiustizia trova un rifugio, ma ogni volta che qualcuno parla, quel rifugio comincia a creparsi.
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