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Umberto Bossi e quella domenica a Pontida di 33 anni fa
Oggi 20-03-26, 06:00
Alba degli anni Novanta, redazione del Giornale. S’affaccia al terzo piano Daniele Vimercati, mi guarda e sorride, si prepara a scombinare i miei piani del fine settimana: «Domenica andiamo insieme a Pontida». Non faccio in tempo a replicare un fico secco, “Vim” s’è già dileguato su per le scale che portano al piano della cronaca di Milano, mentre io continuo a spadellare le pagine di politica interna. Che ci farò mai con “Vim”, uno che del Senatur sa anche quello che Bossi non sa. Sotto il palco, mi ritrovo con Giorgio Bocca che a ogni colpo di spingarda dell’Umberto ridacchia, capita di tutto, c’è il mondo, sul sacro prato di Pontida. Nel luglio del 1993, in una giornata di sole, nei miei primi passi da giornalista a L’Indipendente, incrociai nel fango Franco Zeffirelli che scrutava sempre lui, Bossi, agganciai il Maestro con un bicchiere di vin brulé e mi confessò il suo interesse per quel leader e quel popolo: «È gente pesantemente calunniata.Hanno detto di loro cose incredibili, che non hanno alcun fondamento. Qui non c’è nessuna traccia di fascismo e di razzismo». Sono trascorsi 33 anni, il presente si specchia nel passato, le parole restano immutabili, la biografie si aprono e chiudono, come il sipario del teatro della politica, nel libro della straordinaria esistenza di Umberto Bossi c’è la parola «fine». Fu lui nei primi anni Novanta a scoperchiare la crisi italiana, intuire il cambio d’epoca, il volta pagina del libro della storia italiana, fu lui a sollevare la questione Settentrionale provocando l’ira delle presunte classi colte. Il leone del Nord attaccò manifesti, fumò mille sigarette, perse e ritrovò la voce mille volte nelle valli. La cosiddetta grande stampa lo dipingeva come un pagliaccio, una maschera del folklore, invece avevano di fronte un grande politico, l’uomo che aveva visto e previsto la «rottura» dell’Italia, «lo sbrego» di cui parlava Gianfranco Miglio in un libro con Marcello Staglieno, “Una costituzione per i prossimi trent’anni. Intervista sulla terza repubblica” (Laterza). Bossi era una potenza, aveva l’istinto, il fiuto dell’animale politico, i suoi discorsi parlamentari negli anni del grande crac della Prima Repubblica erano una spada: il ritratto di una nazione smarrita, con la questione meridionale rovesciata in settentrionale, la rivoluzione giudiziaria risolta nell’occupazione del Parlamento da parte di magistrati e avvocati, dove invece servivano nuovi uomini e donne per rifare l’Italia e gli italiani. Parlava di secessione, ma non la praticava per niente, era un fiume retorico che serviva a scuotere la pianta, far cadere frutti e nuovi semi. Bossi raccoglieva le parole degli imprenditori, degli artigiani, del popolo delle partite Iva, delle famiglie senza rendita che desideravano la fine dello spreco pubblico per farne solo guadagno privato. «Staccarsi da Roma» era un’idea coltivata nel nome del federalismo, dell’autonomia. Bossi si sentiva più italiano di tanti italiani con il bon ton fuori e la corruzione dentro, provò a dare all’Italia una forma di federalismo, non ci riuscì nel suo periodo d’oro, ma quel lavoro non fu fatto invano, il testimone passò ai suoi eredi e quell’idea è oggi più vicina di quanto lo fosse trent’anni fa, nel fango di Pontida. Bossi aveva pensato in avanti, aveva tracciato il solco del contemporaneo anticipando la visione della crisi. I discorsi sono la testimonianza più viva del suo talento. Il 22 aprile 1993, prende la parola a Montecitorio e cita Lanchester che denuncia «l’intreccio di potere economico e potere politico, dovuto al determinante intervento dello Stato dominato dai partiti nell’economia ed in ogni settore sociale, ha provocato particolarismo, immobilismo, corruzione, inefficienza. Lo Stato e l’amministrazione appaiono occupati da una classe politica ormai sufficientemente omogenea per caratteristiche sociali, aspirazioni e modo di agire e che sembra ormai capace di sviluppare puri strumenti di autoconservazione». Niente da aggiungere, “les jeux sont faits”, i giochi allora, nei primi anni Novanta, erano strafatti. La questione “socio-economica” fu l’intuizione di Bossi, la distanza tra Milano e Roma, il Nord e il Sud del Paese. Questione che resta aperta, lo vediamo nel Mezzogiorno, nella sua disarticolazione politica, una galassia di sultanati, la politica del cacicco, il localismo spinto all’estremo. Si dirà che anche Bossi in fondo esprimeva un’idea locale, in realtà era una questione di identità e prossimità in un mondo che negli anni Novanta accelerava la globalizzazione senza curarsi delle conseguenze che poi sarebbero arrivate. Trent’anni dopo, eccoci qua, a tirare le somme. In Bossi convivevano allora le idee della Thatcher («Il denaro pubblico non esiste, esiste soltanto il denaro del contribuente») e quelle dei federalisti americani in cerca di un «nuovo inizio» nel Nuovo Mondo. Basterebbe rileggere senza pregiudizio, con le lenti di uno storico, le parole pronunciate da Bossi a Venezia nel 1996, quella dichiarazione in cui tracciò le linee dell’indipendenza della Padania: «Queste terre sono unite da legami tanto profondi quanto quelli delle stagioni che le governano, degli elementi che le plasmano, delle Genti che le abitano; noi quindi formiamo una comunità nazionale, culturale e socio-economica fondata su un condiviso patrimonio di valori, di cultura, di storia e su omogenee condizioni sociali, morali ed economiche». Sono discorsi dimenticati, mai analizzati pienamente, sottovalutati, trattati come fenomeno da baraccone, ma in realtà in questi testi è ancora oggi celato il nocciolo incandescente della questione settentrionale. Siamo alle origini della democrazia: «No taxation without representation», Virginia, 1775. Italia, 2026. Quanto fango, quanta storia, quella domenica a Pontida, nella terra di Bossi.
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