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Economia e Finanza
Hormuz, crolla il prezzo del petrolio e le Borse volano: c0s'è successo in pochi minuti
Oggi 18-04-26, 08:09
In attesa che petrolio e gas tornino a fluire dai Paesi del Golfo, attraverso lo Stretto di Hormuz, verso i mercati del mondo com’era accaduto fino al 27 febbraio scorso, ieri l'annuncio della riapertura (seppur a termine) del canale che separa Iran e Oman è bastato a far crollare il prezzo di greggio e gas e a far impennare le Borse in Europa e negli Stati Uniti. L’effetto è stato simile a quello riscontrato un paio di settimane fa, quando gli Usa e l’Iran si dissero disponibili a colloqui per un cessate il fuoco dopo un mese di bombe, droni e missili. Attraverso Hormuz transitava ogni giorno circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto: 20 milioni di barili al giorno, vale a dire 600 miliardi di dollari l’anno. Ma, questa volta, l'effetto potrebbe essere meno effimero, dato che la trattativa-bis (che dovrebbe tenersi nuovamente a Islamabad forse già da domani, secondo quanto ha rivelato l’agenzia Axios) partirà con uno Stretto di Hormuz aperto e con la disponibilità da parte di Teheran di consegnare l'uranio arricchito in suo possesso, due condizioni sulle quali la delegazione iraniana l'altra volta si era rifiutata di negoziare. E dire che la giornata di ieri, sui mercati, era iniziata all'insegna dell'incertezza. A Milano, Piazza Affari aveva aperto con un +0,2%, in linea con Parigi e Francoforte, ma meglio di Londra. Segnali debolmente positivi erano arrivati dal prezzo del petrolio, con i futures a giugno sul Brent appena sotto i 98 dollari al barile (-1,6%) e quelli sul Wti a 93 dollari (-2%). Nel corso della mattinata gli indici sono migliorati leggermente, ma la fiammata vera e propria è arrivata nel primo pomeriggio europeo, quando Teheran ha dichiarato che, per tutta la durata del cessate il fuoco stabilito tra Israele e Libano, lo Stretto di Hormuz sarebbe stato aperto al transito di tutte le navi commerciali. Le Borse europee hanno allungato il passo, con Milano, Francoforte e Parigi a guidare la riscossa, con guadagni vicini ai due punti percentuali, mentre a Wall Street tutti gli indici hanno aperto ampiamente in positivo: Standard & Poor's e Nasdaq a +1,5% e il Dow oltre il +2%. Le azioni statunitensi si avviano a registrare il miglior mese degli ultimi sei anni, grazie alle speranze di una fine della guerra in Iran. I NUMERI Ma, cosa più importante, il prezzo del petrolio è letteralmente crollato: il Brent è sceso a fine giornata a 86,5 dollari al barile (-13%) e il Wti addirittura sotto gli 82 dollari, con un ribasso di oltre il 14%. Anche il gas, sulla piazza principale europea, quella di Amsterdam, ha perso quasi 8 punti percentuali sulla quotazione di giovedì, scendendo a 39 euro per megawattora. Un’inversione di rotta che potrebbe essere solo l’antipasto di ciò che potremmo vedere in caso di un esito positivo dei prossimi colloqui, che comporterebbe lo sblocco a tempo indeterminato dello Stretto di Hormuz. Già ieri, appena un’ora dopo l’annuncio di Teheran, una mezza dozzina di navi mercantili, tra le quali anche una petroliera greca e la nave da crociera Celestial Discovery che era ferma a Dubai da 47 giorni, si stavano dirigendo a velocità di crociera dal Golfo Persico in direzione di Hormuz, anche se dirigenti del settore marittimo hanno dichiarato al Financial Times di non essere ancora al corrente delle rotte sicure da percorrere e che i rischi relativi al minamento dello Stretto permangono. Insomma, anche nell’ipotesi in cui i prossimi colloqui di pace dovessero portare alla fine della guerra, ci vorranno giorni, forse settimane, perché il traffico marittimo a Hormuz torni alla normalità, come si augurala comunità internazionale con la sola eccezione della Russia che, proprio in conseguenza del blocco dello Stretto, si era vista riconoscere dagli Stati Uniti una deroga temporanea alle sanzioni sull'acquisto del suo petrolio stoccato in mare, nel tentativo di allentare la pressione sui prezzi del greggio. L’ARMA DELLE SANZIONI Se a Islamabad, invece, le cose non dovessero filare come tutti o quasi sperano, l’amministrazione Trump intende spostare anche su un altro fronte la sua campagna contro Teheran, con l’obiettivo di mettere ancor più pressione sulla già collassante economia iraniana. Lo ha dichiarato il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, durante un briefing alla Casa Bianca in cui ha minacciato sanzioni economiche secondarie contro i Paesi, inclusi alleati come gli Emirati Arabi e concorrenti come la Cina, che fanno affari con persone, aziende e navi sotto controllo iraniano. «Abbiamo detto ai Paesi che acquistano petrolio iraniano o che hanno denaro iraniano nelle loro banche, che ora siamo disposti ad applicare sanzioni secondarie nei loro confronti. E gli iraniani dovrebbero sapere che questo sarà per loro l’equivalente finanziario di ciò che abbiamo visto sul campo di battaglia», ha spiegato Bessent.
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