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Estero
Quel ponte da ricostruire sull'Atlantico
Oggi 18-04-26, 07:14
Donald Trump è a un passo dalla completa vittoria in Medio Oriente: ha ottenuto una tregua tra Israele e Libano, dando a Gerusalemme il tempo che serviva (ne avrebbe voluto di più, ma per ora è sufficiente) per sferrare un altro colpo a Hezbollah e creare un nuovo scenario politico a Beirut; dopo averlo schiantato sul piano militare, ha costretto l’Iran a negoziare una resa - venduta come una vittoria nel regno parallelo delle bugie - e dichiarare ieri che «lo Stretto di Hormuz è aperto». Mentre la gran parte dei giornali e delle televisioni raccontava un conflitto immaginario - con l’Iran che metteva alle corde Stati Uniti e Israele, un’allucinazione del giornalismo anti-americano - qui non abbiamo mai pensato neanche per un istante che gli Stati Uniti potessero perdere la guerra né che la campagna militare fosse destinata a durare a lungo, non è mai stato questo l’obiettivo della Casa Bianca. Non siamo ancora arrivati alla fine, la sorpresa nel suk mediorientale è sempre dietro l’angolo, mancano i termini reali di un accordo da fissare nel fine settimana, in Iran c’è una catena di comando caotica, ma le premesse per una svolta ci sono tutte: il programma nucleare di Teheran è archiviato per molti anni a venire e la consegna dell’uranio arricchito per Trump è una condizione essenziale per chiudere la guerra; la minaccia dei missili iraniani si è ridotta a lanci sporadici (quasi tutti intercettati); la Marina di Teheran è stata affondata; la difesa aerea è inesistente; il gruppo di comando, i leader religiosi, politici e militari sono stati eliminati e i sopravvissuti sono tutt’ora un bersaglio di Israele; il regime è zombificato al punto da metterne in dubbio la sopravvivenza nel prossimo futuro; Cina e Russia hanno perso la partita nel Golfo; lo shock energetico è contenuto rispetto ai picchi potenziali di prezzo e l’impatto sull’economia con la fine della guerra alle porte si può assorbire in tempi ragionevoli. I mercati da giorni hanno aperto il file della ripresa, inaugurando una nuova fase di espansione di Wall Street che ha macinato nuovi record, con il prezzo del petrolio che crolla. Il buco nero è quello dell’Europa che è rimasta alla finestra, i leader hanno sottovalutato la potenza americana, un errore dettato dalla paura di perdere consensi, dalla confidenza data a una lettura errata dei fatti sul campo, viziata dal pregiudizio morale. Se non fai la guerra, non puoi insegnarla a chi la fa. Ieri a Parigi Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz e Giorgia Meloni hanno iniziato a riorganizzare le idee, tentare il rilancio con una coalizione per accelerare la riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz. Mandiamo le navi, dicono e penso siano davvero pronti a farlo. Ma ci riusciranno? Soprattutto, Trump darà loro questa carta di rientro nel torneo? Basta dare un’occhiata ai commenti che arrivano dal giro del presidente americano per capire l’aria che tira: Laura Ingraham, giornalista di Fox News vicina a Trump (la incrociai una sera in Florida, a Palm Beach, nel salone della residenza di Mar-a-Lago) ha commentato così il vertice europeo: «Un classico! Arrivare sul luogo di un grave incendio con un tubo da giardino dopo che i vigili del fuoco hanno già spento le fiamme». È quello che pensa la Casa Bianca, sono le parole che si rincorrono nel dibattito tra gli elettori repubblicani, è l’intero mondo Maga che ora desidera una sola cosa: che il “Commander in Chief” dopo aver regolato i conti con l’Iran (cosa che nessun presidente aveva mai osato fare, concedendo agli Ayatollah il tempo per costruire la bomba atomica) adesso «finisca il lavoro», tiri dritto e lasci a terra i «volenterosi» del Vecchio Continente. La Casa Bianca e il Pentagono potevano far meglio nelle relazioni con gli alleati, soprattutto condividere le informazioni e le azioni (con la tutela del segreto, comprensibile), ma al netto degli eccessi di Trump e del suo carattere, c’è un deficit di lettura e analisi che ha aperto una voragine tra l’Europa e gli Stati Uniti: sottovalutare Trump, trattarlo come un pazzo, immaginare che la macchina del Pentagono, il complesso militare-tecnologico, l’alleanza strategica tra i giganti hi-tech e la Casa Bianca, non abbiano fatto tesoro delle lezioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, significa non aver colto il volta pagina della storia americana. Gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere una potenza formidabile, con un know-how impressionante e un’organizzazione e comando delle forze armate (e della direzione, apparentemente confusa in realtà con un disegno chiaro che emerge dai documenti politici) che non hanno rivali nel mondo. Il nuovo e il vecchio si incrociano. Cambiano le maschere in scena, ma il copione recitato è ancora una volta quello della separazione tra due mondi, secondo l’efficace metafora che ne diede Robert Kagan nel 2002 nel suo libro “Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale”: «Sulle principali questioni strategiche e internazionali di oggi, gli americani vengono da Marte e gli europei da Venere: sono d'accordo su ben poco e si comprendono sempre meno». Sono trascorsi 25 anni dopo l’11 settembre 2001, l’attacco di Al Qaeda, la reazione dell’amministrazione Bush, e la distanza tra «noi e loro» è ancora più grande. Abbiamo una guerra nel cuore dell’Europa che non riusciamo né a vincere né a chiudere, la tenuta del fronte di Kiev dipende dagli Stati Uniti, Trump ha un disegno che non è ignoto, è messo nero su bianco nella nuova Strategia sulla Sicurezza Nazionale, ma l’Europa ha continuato a recitare un soggetto smarrito. Trump parla da vincitore, Wall Street punta sul successo di Stati Uniti, Israele e Paesi del Golfo, le prossime mosse della Casa Bianca saranno quelle di chi vuole capitalizzare sul piano politico e economico la schiacciante superiorità militare, tecnologica, strategica. Sminare Hormuz? Aspettiamo la fine di questa partita, lasciamo aperta la porta anche alla sorpresa che fa naufragare tutto, ma è evidente che l’Europa ha un problema da risolvere prima di poter rientrare in gioco. Dobbiamo ricostruire il rapporto con gli Stati Uniti per preservare le relazioni transatlantiche e, come ricorda Giorgia Meloni, salvare «l’unità dell’Occidente». La vera missione di Francia, Regno Unito, Germania e Italia sarà prima di tutto quella di sminare Trump.
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