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Economia e Finanza
Riso italiano, varietà negate e prezzi a picco: cosa ci ritroviamo nel piatto
Oggi 01-06-26, 07:52
Roma e similari -60,5%. Vialone Nano -58,2%. Carnaroli e similari -50%. Arborio e Volano -46,8%. Sant’Andrea e similari-45%. Le variazioni di prezzo registrate nel corso degli ultimi 12 mesi - da maggio 2025 a maggio 2026- dai grandi risi della tradizione alimentare italiana sono tali da fotografare un crollo del mercato senza precedenti. Ma le percentuali da sole raccontano soltanto una parte della verità. Sulle piazze storiche di Mortara, Vercelli e Milano è comparsa spesso, accanto alle quotazioni, la dicitura “nominale”: nel senso che i prezzi indicati erano teorici, dal momento che mancava la domanda. Per intere settimane si sono segnalati scambi nulli: se un coltivatore avesse voluto vendere ad esempio il Carnaroli anche a 52 centesimi al chilogrammo anziché a 1,04 euro di dodici mesi or sono rischiava di non riuscirci, dal momento che la domanda era pari a zero. SILOS QUASI PIENI Molti risicoltori hanno tuttora i silos mezzi pieni di Carnaroli e Arborio e non sanno se riusciranno a vendere il cereale bianco e neppure a che prezzo perché non è detto che le quotazioni non scendano ancora. Non va meglio a chi ha deciso di puntare sui risi “Lunghi B”, gli indica, quelli con il chicco stretto e lungo: «La disponibilità interna di indica, sebbene limitata, non trova» ugualmente «sbocco perché le riserie preferiscono approvvigionarsi sui mercati esteri a prezzi di dumping, al punto da rendere l’indica italiano una varietà pesante e difficile da collocare», afferma Coldiretti Pavia che venerdì ha presentato nel corso di una tavola rotonda cui ho preso parte, il dossier “Sos riso”, da cui provengono tutti i dati che ho elencato finora. Il crollo delle quotazioni sulle Borse merci non si è riflesso automaticamente sui prezzi al consumo dei risi, anche se può capitare di trovare ad esempio un pacco da un chilo etichettato come Arborio a 2,79 euro e uno di Ribe a 2,09 euro. Ma cartellini così bassi sono possibili perché si tratta di similari e non di Arborio o Ribe autentici (spiego il meccanismo nell’articolo al piede di pagina). Fra l’altro, mentre le quotazioni all’ingrosso precipitavano i costi di produzione sono schizzati verso l’alto per i risicoltori. Il prezzo del gasolio agricolo, ad esempio, dall’inizio dell’anno ad oggi è aumentato da 0,85 euro al litro di gennaio a 1,37 euro di oggi (+60%), dopo aver toccato nelle scorse settimane anche picchi superiori. «Una situazione drammatica, che sta producendo conseguenze che vanno ben oltre i bilanci aziendali», spiega Silvia Garavaglia, presidente di Coldiretti Pavia, «se i risicoltori decidessero di abbandonare questa coltura, infatti, l'Italia perderebbe non solo la propria leadership nel settore risicolo europeo ma anche un patrimonio di biodiversità unico, con varietà storiche costruite in decenni di selezione e tradizione agricola che andrebbero perdute». Le importazioni sono una parte rilevante della spiegazione per questo crollo di mercato. Nell’ultima campagna l’Italia ha importato circa 250mila tonnellate di riso, a fronte di una produzione interna pari a quasi un milione di tonnellate. Dunque l’import - soprattutto Basmati indiano e Jasmine tailandese- è minoritario. Ma il peso economico è sproporzionato. Il Basmati, ad esempio, occupa appena il 14% degli scaffali di super e ipermercati, ma ha un prezzo mediano di circa 7 euro al chilo, nettamente superiore perfino ai risi italiani a indicazione geografica, come il riso di Baraggia Biellese e Vercellese Dop e il riso del Delta del Po Igp. Incalzato dalla concorrenza dei risi importati, il nostro è anche alle prese con una grave crisi di identità. Le varietà storiche, Arborio, Carnaroli, Sant’Andrea, Ribe, Roma, Vialone Nano, si confrontano sullo scaffale con risi venduti con denominazioni che ne denotano l’utilizzo: “Riso per risotto”, “Riso per insalate” o “per minestre”, ma anche “Riso rapido”, Chicciricchi, Chicchi preziosi e via dicendo. VARIETÀ AUTENTICHE Tra varietà straniere, chicchi con denominazioni di fantasia e similari, le varietà storiche - etichettate come Classico, Dop e Igp - occupano appena il 5,5% degli scaffali della grande distribuzione, come ho potuto verificare misurando i centimetri lineari in tre catene frequentate dalla casalinga di Voghera: “Grande i” di Montebello della Battaglia, Esselunga e Md a Voghera città. Alla tavola rotonda organizzata da Coldiretti Pavia è intervenuto in videocollegamento il senatore Luca De Carlo, presidente della Commissione Agricoltura di Palazzo Madama che ha dato la propria disponibilità «ad avviare un’indagine conoscitiva sullo stato della risicoltura in Italia. Credo possa essere utile anche al legislatore fare una fotografia del settore», ha aggiunto, «per cercare di capire se gli strumenti messi in atto negli anni hanno funzionato e quali strumenti servono per invertire la tendenza».
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