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Estero
L'inutilità dei dazi di Trump spiegata dagli economisti
Oggi 05-04-25, 08:37
AGI - L'imposizione di dazi molto elevati non è certo un'invenzione di Donald Trump: molte volte e molto prima dell'annuncio del "Liberation Day", gli Stati Uniti hanno tentato la via della tassazione doganale per rilanciare l'economia nazionale e i risultati sono stati sempre inconcludenti se non addirittura catastrofici. "Abbiamo un presidente del XX secolo in un'economia del XXI secolo che vuole riportarci al XIX secolo", ha scritto su X Douglas Irwin, professore di economia del Dartmouth College. L'età dell'oro dei dazi e i veri motori della crescita Il XIX secolo ha segnato l'età dell'oro dei dazi negli Stati Uniti, con un tasso medio che sfiorava regolarmente il 50 percento: un'estensione di una dottrina adottata sin dalla fondazione del Paese, che sosteneva la protezione dell'economia americana durante l'industrializzazione. "Studi accurati di quel periodo suggeriscono che i dazi hanno contribuito a proteggere in una certa misura lo sviluppo interno dell'industria", ha affermato Keith Maskus, professore presso l'Università del Colorado "Ma i due fattori più importanti erano l'accesso alla manodopera internazionale e al capitale che fluiva negli Stati Uniti durante quel periodo". Secondo Christopher Meissner, professore dell'Università della California, oltre a questi fattori un altro "motivo per il quale negli Stati Uniti il settore industriale era fiorente, era legato alla grande disponibilità di risorse naturali". Carbone, petrolio, minerale di ferro, rame e legname, tutti essenziali per l'industria. "Il settore industriale non sarebbe stato meno sviluppato se avessimo avuto dazi molto più bassi", ha aggiunto Meissner. Il modello McKinley e la 'Gilded Age' Spesso Donald Trump cita a modello l'ex presidente degli Stati Uniti William McKinley, il 'padre' dell'ondata di dazi approvata nel 1890 e si riferisce agli anni tra il 1870 e il 1913 - la cosiddetta 'Gilded Age' - come il periodo in cui gli Stati Uniti sono stati più ricchi. Eppure, la tassazione doganale voluta da McKinley non impedì alle importazioni di continuare a crescere negli anni successivi al 1890, tanto che, quando nel 1894 fu deciso di abbassarla, la quantità di beni che gli Stati Uniti acquistavano all'estero rimase al di sotto dei picchi raggiunti negli anni precedenti. Il XX secolo: protezionismo e crisi Nel 1929, il professore di Harvard George Roorbach scrisse che "dalla fine della guerra civile, durante la quale gli Stati Uniti erano stati sotto un sistema protettivo quasi, se non del tutto, senza interruzione, l'importazione si era enormemente espansa e le fluttuazioni che si verificarono sembrano essere correlate principalmente a fattori diversi dagli alti e bassi delle tasse doganali". Un anno dopo fu il presidente repubblicano Herbert Hoover a imporre una stretta ai dazi: lo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930 è ricordato soprattutto "per aver innescato una guerra commerciale globale e aver aggravato la Grande depressione", afferma il Center for Strategic and International Studies. "Ciò che ha generato la Depressione sono stati molti fattori complicati, ma l'aumento dei dazi è senza dubbio uno di questi", ha affermato Maskus. L'era del libero scambio post-bellico La fine della seconda guerra mondiale segnò l'inizio di una nuova era nel commercio, definita dalla ratifica nel 1947 da parte di 23 paesi, tra cui gli Stati Uniti, dell'accordo di libero scambio Gatt che creò le condizioni per lo sviluppo del commercio internazionale imponendo dazi doganali più moderati. Lo slancio fu mantenuto dal North American Free Trade Agreement (Nafta) tra Stati Uniti, Messico e Canada, entrato in vigore nel 1994. Accanto al Nafta, il libero scambio negli Stati Uniti fu ulteriormente ampliato dalla creazione dell'Organizzazione mondiale del commercio nel 1995 e da un accordo di libero scambio del 2004 tra gli Stati Uniti e diversi Paesi dell'America centrale. Il ritorno dei dazi e i risultati recenti Durante il suo primo mandato, Donald Trump riaprì il registro dei dazi e decise nuove misure contro la Cina, molte delle quali furono mantenute sotto il suo successore, Joe Biden. Ma nonostante queste imposte, il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina continuò a crescere fino al 2022, quando il gigante asiatico fu colpito da un brutale rallentamento economico non correlato alle tariffe. Anche in quel caso, dice Maskus, i dazi su Pechino non hanno impedito la crescita delle importazioni dalla Cina.
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